Luigi De Pompeis si racconta: carriera, fotografie, festival e consigli per fotografi
Scattando sul Red Carpet ho incontrato Luigi De Pompeis, uno dei fotografi più noti nel mondo de l Cinema italiano. Tra uno scatto e l’altro mi ha accennato alle esperienze che lo hanno portato a intraprendere professionalmente la carriera di Fotografo.
Sono rimasto affascinato dai mondi che ha attraversato Luigi prima di approdare alla Fotografia, così gli ho proposto di raccontarlo per i nostri lettori.
Una carriera, quella fotografica, iniziata nel 2010, che lo ha portato a esporre in numerose location prestigiose e a diventare uno dei fotografi più presenti nel mondo del cinema italiano.
Luigi è arrivato alla fotografia dopo molte esperienze maturate in contesti diversi. Spesso conosciamo delle persone solo ciò che sperimentiamo di loro, ciò che vediamo e tocchiamo. Eppure le persone sono storie, esperienze, incontri.
Così è per tutti. Così è per Luigi. Una storia straordinaria che lo ha portato a essere ciò che è oggi: una persona di grande semplicità e un autore con uno sguardo riconoscibile e personale.
Gli siamo molto grati per aver scelto di condividerla con noi.
D: Ciao Luigi, innanzitutto grazie di aver accettato questa intervista.
Vorrei cominciare con uno scatto che ti racconta: qual è la foto alla quale sei più legato, quella che più ti rappresenta?
Diciamo che avendo fatto tante cose nella mia carriera – perché alla fine scatto da più di 15 anni – potrei citarne tante, una per ogni ambito che ho attraversato, dalla foto di Ait-Ben-Haddou in Marocco, fino ad arrivare alla foto di Julia Roberts che ho scattato a Venezia quest’anno. Julia Roberts non l’avevo mai fotografata, l’aspettavo come si aspetta i regali a Natale.
D: Partiamo dalla foto di Ait-Ben-Haddou
La foto nasce nel 2018 in un viaggio fotografico in Marocco. Ci andai con Sandro Santioli, fotografo di National Geographic, a lui devo quello che sono oggi.
Con lui ho fatto vari viaggi e diverse collaborazioni, uno di questi viaggi è stato appunto in Marocco. Siamo stati lì una decina di giorni, più o meno nel 2018 e abbiamo vissuto in un accampamento Tuareg.
Tra i tanti giri che abbiamo fatto ce n’è stato uno al tramonto ad Ait-Ben-Haddou. È un posto incredibile, al limitare del deserto tra Marocco e Algeria.
Al tramonto è davvero molto particolare
D.: Prima della svolta “fotografica” cosa hai fatto nella tua vita? Quante anime ha Luigi de Pompeis?
Ne ha avute parecchie, diciamo così, perché fino al 2003 circa, dovevo fare l’avvocato, la mia vita era tranquillamente instradata verso lo studio legale e tutta una vita di quel tipo. Poi, per vicissitudini varie, quella strada non è più potuta essere percorsa e ho cominciato prima a cogestire un portale sui villaggi vacanze, dal 2003 fino al 2008 circa.
Organizzavamo serate, feste, avevamo contatti con i più grossi tour operator come Alpitour e Francorosso (all’epoca, tra il 2004 e il 2008), erano proprio gli anni d’oro dei villaggi vacanze. Il portale raggruppava tutti i maggiori tour operator, tutti gli staff. Noi facevamo le feste di inizio e di fine stagione a Roma con centinaia di persone che venivano da tutta Italia.
Mentre stavo lì ho cominciato anche ad interessarmi al web marketing, posizionamento sui motori di ricerca, eccetera, perché avendo un portale, veniva da sé che dovevo imparare a gestirlo.
Nello stesso periodo ho cominciato anche a interessarmi all’assemblaggio di computer, reti, e tutto quello che era la branca informatica.
D.: Quindi sembrava che la tua carriera fosse nell’informatica…
Sì, sembrava fosse lì, sembrava ipoteticamente. Il punto è che io la fotografia ce l’ho sempre avuta come passione.
D.: E poi…?
Durante il periodo del sito sui villaggi vacanze, mentre facevo consulenze web marketing, mettevo su anche i siti Internet. Per questi siti mi chiedevano immagini, foto. “Non è che per caso mi puoi fare una foto?” mi chiedevano sempre più spesso.
Sapevano che ero appassionato di fotografia, avevo una macchina fotografica e quindi mi chiedevano ogni tanto: non è che me la puoi fare tu questa foto? Va bene, e quindi facevo queste foto.
Il punto è che a un certo dopo aver conosciuto Santioli c’è stato proprio il cambio. Perché i clienti, da che mi chiedevano solo ed esclusivamente il web marketing, la creazione del sito e le immagini in funzione di quel sito, mi hanno cominciato a chiedere sempre di più le immagini perché, a quanto sembrava, le mie immagini piacevano.
D.: Qual è il tuo miglior pregio nella professione di Fotografo?
Non lo posso dire io, però di una cosa sono certo, io sono uno molto preciso nel mio lavoro. Cioè, io sono uno che se mi dici di fare una cosa, io ti porto a casa il lavoro nel miglior modo in cui lo posso fare, quello sì, e nel minor tempo possibile, che sembra essere una cosa molto molto apprezzata.
D.: Come nasce la tua passione per la fotografia?
In effetti nasce da mio padre. Mio padre era appassionato di fotografia, andavamo in giro sempre con queste borse piene di macchine fotografiche, obiettivi, cose del genere, e io l’ho sempre visto fotografare e ho cominciato anch’io a … diciamo a interessarmi, a giocarci da molto piccolo, però non è mai stata una cosa che dicevo, diventerà la tua vita. No, cioè, non l’avrei mai detto, era un passatempo.
D.: Ti piace stare da questo lato dell’Obiettivo?
Ho un carattere terribile da questo punto di vista, perché io sono un emotivo, cosa che si trasmette anche nelle mie fotografie.
Una mia amica un po’ di tempo fa mi disse: “Come stai tu mentalmente e psicologicamente si rivede nelle tue foto. Non c’è niente da fare. Cioè se tu hai un periodo in cui non stai bene, c’è qualcosa che non va, sulle foto si vede”. Questo ti dice quanto posso essere emotivo.
Poi il fatto di avere la macchina lì davanti ti fa anche dire: magari riesco a far vedere come vedo io il mondo, quindi a farmi conoscere come non riesco io a dire.
Perché mi blocco quando devo parlare davanti a un pubblico. Io ho sempre detto: parlano molto più le mie foto di me, perché io non sono uno che parla in pubblico, si imbarazza, diventa rosso. C’è stata una cosa bella, divertente, con tutto che io non amo parlare in pubblico: l’inaugurazione dell’ultima mostra, c’erano più di 100 persone che mi guardavano, sono diventato rosso …
D.: Torniamo all’incontro con Sandro Santioli… raccontaci di questa svolta.
Ci siamo incontrati nel 2008, più o meno. In un periodo in cui io probabilmente avrei smesso di fotografare, perché era un periodo in cui un po’ la mia fiducia in me stesso era stata minata da altre persone, un po’ avevo altri problemi da affrontare, quindi avevo deciso: vabbè, smettiamo.
Però mi volevo fare un workshop con un fotografo. Foto, National Geographic, volevo chiudere col botto. Così ho incontrato lui…
Sandro ha cambiato la mia vita perché lui mi ha dato fiducia, che era quella che a me caratterialmente manca, la fiducia in me stesso è altro da me.
Quindi ho cominciato a fare workshop con lui, andavamo in giro, fotografavamo insieme. Lui è di Firenze, abbiamo organizzato viaggi un po’ in giro per l’Italia e anche all’estero. Siamo stati anche a fotografare la lavanda in Provenza. E piano piano da lì ho capito che la fotografia poteva essere la mia vita.
Lui ha un modo di vedere, di fotografare, da paesaggista, è un paesaggista e fa anche delle fotografie pittoriche molto belle.
Diciamo che è una parte di me che io non coltivo molto, che però mi ha influenzato moltissimo, perché io sono uno molto dritto, molto preciso, molto concreto nella mia fotografia, e lui mi ha dato la fiducia in me stesso, o almeno quella base di fiducia in me stesso che ho adesso.
E mi ha dato gli strumenti e il modo di approcciarmi alle situazioni che io non avevo. Quindi veramente, quando lui mi ha detto le prime volte, guarda, secondo me fotografi bene, io lì mi sono detto “allora forse qualcosa di buono lo faccio” e da lì è partita.
D.: Come hai cominciato questa la tua carriera professionale?
Quando ho cominciato, la prima cosa che ho fatto è stata dirmi “Va bene, da dove comincio? Mi devo trovare un’agenzia”.
Quindi ho fatto la cosa che si fa alla base, cioè sono andato su Internet, mi sono scaricato tutta la lista di tutte le agenzie e ho cominciato a scrivere mail, sono un fotografo, eccetera eccetera. Sarei interessato a una collaborazione. Ne possiamo parlare? 1, 2, 3, 4, …
Ho ricevuto sia tanti no che tante non risposte, ovviamente, fino a che non ho trovato un’agenzia che mi ha dato retta, nel 2010.
Nel 2010 quindi, ho iniziato a fare il fotografo di festival, diciamo così. Perché prima mi ero aperto la partita IVA, facevo lavori, però ero proprio agli inizi.
Il mio primo festival è stato il 2010: Festival del Cinema di Roma, con un’agenzia che era Info Foto.
Da lì è partito tutto. Quest’anno sono stati 15 anni di Festa del Cinema di Roma, adesso sono 7 o 8 non mi ricordo che vado al Festival di Venezia, quattro del Festival di Cannes e uno di Torino cioè questo è il primo anno.
D.: Cosa provi quando fotografi?
Dipende molto dalla situazione, perché ti trovi ovviamente in varie situazioni, vari contesti, puoi avere una scadenza impellente, …
Io per esempio mi sento molto più rilassato quando sto facendo fotografia di viaggio perché ho ritmi più tranquilli, e quindi sto tra virgolette più nel mio.
Di conseguenza sono più fantasioso. Possiamo dire così.
D.: Sei nel tuo ambiente nel mondo del Cinema?
Sono sempre stato un appassionato di cinema, sempre. Quindi ho cercato di unire le due cose, da una parte il cinema, e i viaggi dall’altra. Quindi la fotografia mi rilassa in un certo contesto e mi fa stare sul pezzo, diciamo alla romana dal punto di vista del cinema.
D.: Con l’esperienza che hai maturato nel settore, ti capita di avere più spazio di manovra rispetto ad altri colleghi?
Sì, ma anche quando mi vengono dati dei margini in più, chiamiamoli così, io faccio fatica a sfruttarli perché non sono il tipo che si prende spazio.
Non amo questa cosa. Io mi sento come tutti gli altri, io devo riuscire a fare delle foto belle e devo riuscire a fare il mio lavoro.
Avendo le stesse possibilità degli altri, se poi ho un incarico di un certo tipo in cui mi dicono: “Guarda, tu devi stare qui e non ti devi muovere”, allora ok. Ma non sarò mai io a mettermi davanti agli altri e dire: “Io sono di Getty” oppure “io sono di Alamy, voi dovete stare dietro”.
D.: Parlando di colleghi, hai conosciuto Pietro Coccia?
Lui? Con Pietro c’era un rapporto molto strano perché era una persona molto tranquilla. Molto, molto sulle sue, con cui comunque riuscivi a parlare. Io non avevo un gran rapporto con lui. Non posso dire di averlo conosciuto bene, però abbiamo condiviso moltissimi photocall, moltissimi red carpet. Ogni tanto me lo trovavo accanto, scambiavamo tre parole, quattro parole ogni tanto quando ci vedevamo, ma non di più.
Aveva un buon rapporto con tutti. Per quel poco che ho potuto vedere io, era una persona capace di stare bene in mezzo agli altri, con grande naturalezza.
D.: La seconda foto che ti rappresenta maggiormente appartiene al mondo del Cinema.
Sì, quella di Julia Roberts, alla festa del cinema di Venezia di quest’anno. Lei è pazzesca di persona.
È veramente una persona con un carisma. Un carisma di quel livello l’ho incontrato solo nei grandi, come possono essere stati Tom Hanks, o Meryl Streep, tutta gente molto pesante, diciamo così. Lei ha illuminato il festival, non si può dire in altro modo.
D.: è una foto che stava in posa o come l’hai colta al volo?
Tutte le mie foto, tutti i miei ritratti, anche sui red carpet sono presi al volo. Gli attori si fermano per vari step davanti a noi e cercano di far vagare lo sguardo sul nostro gruppo di fotografi.
Tu devi essere bravo a prenderli al volo. Questo almeno per quanto riguarda i red carpet.
Per quanto riguarda i photocall invece è un’altra storia, perché ai photocall siamo molto più ristretti, siamo un numero molto più limitato, quindi è più semplice. Comunque un conto è un red carpet in cui siamo 100 fotografi, un conto è un photocall in cui siamo 30 – 20 – 10. Poi dipende dall’evento, dipende da tanti fattori.
In questo caso Julia la foto è presa al volo sul red carpet mentre sfilava. E ho preso questo ritratto in cui mi guarda dritto col suo sorriso, che è una cosa pazzesca.
GPD.: Venendo ai nostri giorni ho saputo di una grossa soddisfazione.
Sì, sono stato uno dei primi a essere contattato da Getty per un nuovo progetto, due anni fa, e per me è ancora una follia quello che è successo.
Io stavo a New York a fare un reportage sul periodo di Natale, quindi classiche foto, alberi, luci, eccetera eccetera.
Torno a Roma e mi trovo una mail su info, quella che ho sul sito info@ in cui in inglese mi si chiedeva disponibilità per un evento del 14 gennaio.
D.: Sicché?
Io la stavo per cestinare. Perché pensavo fosse spam, questa mail così tutta scritta in inglese.
Diceva una cosa tipo: “Vorremmo la sua disponibilità per un evento privato il 14 gennaio 2025”, eccetera eccetera.
Al che gli ho risposto in maniera molto sulle mie. Gli ho detto: guardate, sì, potrebbe essere, potrei essere interessato, ma che vi serve? Che cos’è? Probabilmente loro hanno capito dal mio tono che non mi fidavo un granché.
D.: Quindi?
Quindi mi hanno risposto: “Guarda, facciamo così, colleghiamoci su LinkedIn, ci seguiamo lì sopra così vedi chi siamo, abbiamo le prove e possiamo andare tutti più sereni.”
E mi sono ritrovato con la richiesta di contatto dell’editor mondiale di Getty e della persona che assegna gli incarichi della Gates Foundation, ok. A quel punto siamo tornati sulla mail e gli ho detto: va bene, parliamone!
D.: Che lavoro era?
Praticamente mi hanno detto che gli serviva un fotografo per un evento privato, un pranzo di Bill Gates con altri amministratori delegati e persone, diciamo, di un certo rilievo, che si sarebbe tenuto all’Hotel de Russie il 14 gennaio 2025. Fantastico!
Poi alla fine gli servivano foto molto banali perché comunque erano loro che arrivavano, quindi le strette di mano iniziali, loro che chiacchierano, loro intorno al tavolo che iniziano questo pranzo, la foto di gruppo alla fine basta.
Un’ora e mezza di scatti più mezz’ora di postproduzione perché volevano, mi hanno detto le foto più naturali possibili, quindi avrei dovuto solo settare un minimo le luci, contrasti, mandargli tutto e il mio lavoro finiva lì.
Mi hanno messo sotto contratto con la sezione di Getty che cura gli incarichi, quindi loro, quando gli servo per un incarico di qualche tipo, mi contattano da New York e io sto sotto contratto con loro ufficiale proprio e mi affidano le varie cose da fare.
Che figo, no? È stata veramente la cosa più per certi versi più assurda, che mi sia capitata nel mio lavoro.
D.: Quando ti senti davvero soddisfatto delle tue foto?
Questo mi succede nei ritratti, quando riesco a rendere la persona. Ritornando all’esempio della foto di Julia Roberts, io quello che cerco nelle mie foto sono gli occhi, sempre. Io, se riesco ad ad avere un’espressione che rende uno stato d’animo, allora sono contento.
Ma lo stato d’animo può essere qualunque. Ovviamente io cerco quelli più positivi, per quanto possibile, ovviamente. Cioè io cerco le emozioni.
Sono sempre stato così. Io sono uno molto emotivo, assolutamente. Infatti, quando ho un evento molto importante mi prende l’ansia, sto col “Dio, aspetta, riuscirò, sarò all’altezza?” … tutto questo arcobaleno di sensazioni.
Però, quando riesco a tirar fuori una foto che rende un’emozione. O che può emozionare qualcun altro, allora sono davvero soddisfatto.
Inoltre, fotografando festival, fotografando eventi grandi, ho la soddisfazione di conoscere e stare a contatto con il Gotha del cinema, che è un’altra delle mie passioni.
Io non avrei mai detto né mai sperato, quando ho iniziato, di incontrare Tom Hanks, vedere Meryl Streep; o di fare un photocall, tra virgolette privato (perché eravamo 20 fotografi) qua a Roma ad Angelina Jolie nel 2021.
D.: Luigi, non so davvero come ringraziarti: ci hai regalato uno spaccato molto interessante sulla tua arte e sulla tua professione. Ho un’ultima domanda: che consiglio daresti a chi si affaccia ora alla fotografia, a chi si considera fotoamatore e a chi, invece, vorrebbe farne una professione?
Sì, allora partiamo da chi si avvicina alla fotografia. Ci devi mettere tanto del tuo, devi essere innamorato di ciò che fai, anche se all’inizio dici: “Ok, non lo so usare”.
Cerca qualcuno che ti possa dare almeno le basi, basi che ti possono permettere appunto di mettere in pratica ciò che vedi, perché se tu non hai le basi e cerchi di mettere qualcosa di tuo lì dentro, magari è un linguaggio che non sai gestire e viene fuori qualcosa che non è tuo.
Il dilettante: dipende che cosa vuoi fare e perché.
Se lo vuoi far diventare la tua professione, allora ti dico: spingi.
Devi avere una gran pazienza perché è un settore molto difficile e molto competitivo.
Se vuoi farlo semplicemente come dilettante, come passione e rimanere tale, allora do lo stesso consiglio che ho dato a quello di prima: mettici dentro te stesso.
Fai ciò che vuoi, fai ciò che senti e trova il tuo modo di esprimerti.
D.: E per il professionista?
Al professionista posso solo dare il consiglio di non mollare, di farsi una rete di amici se ci si riesce, come è riuscito a me.
Fortunatamente io mi reputo fortunato perché all’interno del panorama di colleghi vari ho incontrato un po’ di persone con cui posso dire di essere amico, quindi al professionista posso dare questi due consigli:
- Non mollare e insistere, perché all’inizio sarà un disastro: ti sottopagheranno, ti chiuderanno porte in faccia, ti chiederanno cose folli, orari folli. Però se riesci a sopravvivere, a farti un nome, allora riuscirai ad andare avanti.
- E se riesci a sopravvivere, tra virgolette, in questo contesto, avere degli amici ti aiuterà nei momenti più pesanti all’interno dei festival, all’interno della vita, perché comunque la fotografia diventerà una grossa parte della tua vita.
Gian Luca Pallai












