martedì, Agosto 25 2026

La mostra di Robert Mapplethorpe a Roma, Le forme della bellezza, è aperta fino al 4 ottobre 2026 al Museo dell’Ara Pacis. Riunisce oltre 200 fotografie in otto sezioni e attraversa ritratti, autoritratti, nudi, fiori, nature morte e fotografie realizzate in Italia. Per chi ama la fotografia è soprattutto un’occasione per osservare da vicino come uno dei grandi autori del Novecento costruiva luce, composizione e forma.

Sono andato a visitarla con l’idea non tanto di vedere semplicemente fotografie famose, quanto cercare di capire quali soluzioni avesse adottato Mapplethorpe per far sì che raccontassero anche di colui che stava dall’altro lato della fotocamera.

Dove mette la luce?

Perché taglia il corpo in quel punto?

Perché elimina le mani?

Perché sceglie il bianco e nero?

E, soprattutto, quanto lavoro c’è dietro quell’apparente semplicità?

Sono uscito dalla mostra con alcune risposte, parecchie fotografie sulle quali continuerei volentieri a ragionare e anche qualche critica all’allestimento.

Ma soprattutto sono uscito con nuovi schemi di luce da studiare e provare.

Una mostra, per me, diventa davvero interessante quando non mi lascia soltanto delle immagini, ma delle domande da riportare sul prossimo set fotografico.

Mostra Robert Mapplethorpe all’Ara Pacis: date, orari e biglietti

Per chi sta cercando informazioni pratiche per organizzare la visita, Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza è esposta a Roma, nello spazio espositivo del Museo dell’Ara Pacis, con ingresso da Via di Ripetta 180, dal 29 maggio al 4 ottobre 2026. La mostra è aperta tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura.

Il biglietto per la sola mostra costa attualmente:

  • 15 euro intero

  • 13 euro ridotto (vale anche per i giornalisti)

  • 22 euro tariffa famiglia con due adulti e figli sotto i 18 anni

  • 11 euro un adulto con figli sotto i 18 anni.

Il biglietto cumulativo Museo dell’Ara Pacis + mostra costa invece 23 euro intero e 17 euro ridotto per i non residenti. I possessori di MIC Card rientrano fra le categorie con tariffa ridotta per lo spazio espositivo.

L’acquisto anticipato online è consigliato dal museo; per i biglietti acquistati in prevendita è previsto un diritto di prevendita di 1 euro. Per il giorno stesso è possibile acquistare direttamente in biglietteria.

Dove si trova la mostra di Mapplethorpe a Roma

Come già detto, lo spazio espositivo si trova in Via di Ripetta 180, accanto al Museo dell’Ara Pacis, in pieno centro storico.

Con la Metro A si può scendere a:

  • Spagna, proseguendo a piedi per circa 700 metri attraverso la magia di via Condotti e via Tomacelli;

  • Flaminio, passando per Piazza del Popolo e percorrendo circa 900 metri lungo via di Ripetta, meno suggestiva e un po’ più lunga.

Nelle vicinanze fermano anche diverse linee autobus, tra cui 70, 81, 87, 492, 628, 990 e C3.

Quanto tempo serve per vedere la mostra?

Non c’è una durata obbligatoria per il visitatore individuale. Se però volete guardare davvero le fotografie e non semplicemente attraversare le sale, io non programmerei meno di 75-90 minuti.

Se siete fotografi e cominciate a fermarvi davanti alle immagini per capire posizione della luce, inquadratura, rapporti tonali e costruzione del corpo, potreste facilmente impiegarne di più. Io ci ho messo circa due ore e un quarto.

Cosa si vede nella mostra di Robert Mapplethorpe a Roma

Il percorso romano comprende oltre 200 fotografie, organizzate in otto sezioni, ed è curato da Denis Curti in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York. È il capitolo conclusivo di un progetto espositivo passato prima dalle Stanze della Fotografia di Venezia e poi da Palazzo Reale a Milano.

Ci sono i ritratti di personaggi celebri, gli autoritratti, le immagini di Patti Smith e Lisa Lyon, i fiori, le nature morte, i nudi maschili e femminili e una sezione specificamente realizzata per Roma dedicata alle fotografie scattate durante i soggiorni italiani di Mapplethorpe tra Capri e Napoli.

Nel percorso vengono inoltre inserite due sculture classiche provenienti dai Musei Capitolini, una Statua di Afrodite e una Statua di atleta, per mettere direttamente in relazione la fotografia di Mapplethorpe con quella cultura classica che ritorna continuamente nella costruzione dei suoi corpi.

Ed è proprio questo dialogo fra corpo, fotografia e scultura uno dei motivi per cui, secondo me, vale la pena vedere le opere dal vero.

La prima cosa che ho osservato: come Mapplethorpe costruisce la luce

Quando guardo una fotografia tendo quasi automaticamente a chiedermi da dove arrivi la luce.

Con Mapplethorpe questo esercizio diventa particolarmente interessante.

La mostra mi ha permesso di riconoscere diversi schemi di illuminazione e mi ha fatto venire voglia di provare a ricostruirne alcuni in studio.

La cosa che mi ha affascinato maggiormente non è però l’esistenza di uno schema particolare.

È il contrario.

Mapplethorpe non sembra applicare indistintamente la stessa luce a tutti i soggetti.

Cambia volto e cambia luce.

Cambia corpo e cambia luce.

Cambia ciò che vuole mettere in evidenza e cambia la posizione delle sorgenti.

Questo è uno degli insegnamenti che mi porto maggiormente dietro dalla mostra.

Prima il soggetto, poi lo schema di luce

Quando si studia fotografia è normale imparare degli schemi: Rembrandt, butterfly, clamshell, luce laterale e così via.

Il rischio arriva quando lo schema smette di essere uno strumento e diventa una soluzione automatica.

Le fotografie di Mapplethorpe suggeriscono l’opposto.

Prima guardare il soggetto.

Capire il volto.

Capire il corpo.

Decidere quale volume deve emergere.

E solo dopo decidere come illuminarlo.

Non scegliere una luce semplicemente perché funziona. Scegliere la luce che serve a quella persona, a quel corpo e a quella fotografia.

È probabilmente la cosa più concreta che ho imparato visitando la mostra.

Le Polaroid di prova raccontano la meticolosità di Mapplethorpe

Quella precisione che si percepisce guardando le fotografie non è soltanto un’impressione.

Nel Robert Mapplethorpe Archive conservato al Getty Research Institute esistono quasi 3.500 Polaroid di prova. Molte contengono annotazioni relative agli angoli delle luci, ai filtri, ai tempi di esposizione e ai diaframmi. Servivano proprio a documentare composizione, illuminazione e parametri tecnici delle sessioni di ritratto e delle nature morte.

Quando l’ho scoperto ho trovato una conferma a ciò che avevo percepito durante la visita.

Quelle immagini non nascono semplicemente da un fotografo con un grande “occhio”.

Sono costruite.

Provate.

Corrette.

Misurate.

Riprovate.

E trovo affascinante la meticolosità con cui Mapplethorpe impostava le luci dello studio per arrivare esattamente al risultato che desiderava.

Oggi abbiamo macchine che possono produrre decine di fotogrammi in pochi secondi e una postproduzione capace di modificare profondamente un’immagine.

Mapplethorpe ricorda invece una cosa molto semplice:

la fotografia può essere costruita prima di premere il pulsante.

Il ritratto di Isabella Rossellini e l’arte di togliere

Fra le immagini che mi hanno maggiormente colpito c’è il ritratto di Isabella Rossellini del 1988, presente nell’area dedicata ai ritratti dei personaggi famosi facendo un po’ da cerniera con le immagini del soggiorno in Italia.

Questa foto ci pone innanzi un’altra caratteristica che mi interessa molto nel lavoro di Mapplethorpe: la capacità di eliminare.

Ci sono diversi ritratti nei quali vengono escluse completamente le mani o le braccia.

Rimangono la testa, il collo e il torso.

Oggi siamo spesso abituati a una fotografia di ritratto nella quale cerchiamo elementi da aggiungere: gesto, mani, vestiti, ambiente, oggetti.

Mapplethorpe, in molti casi, fa l’opposto.

Toglie.

E l’immagine diventa più forte.

Nel ritratto di Rossellini questa operazione arriva quasi a trasformare il volto in una forma geometrica.

Non serve raccontare tutto.

Serve lasciare dentro il fotogramma soltanto quello che conta.

Un modo di comporre che oggi vediamo meno

La scelta di includere soltanto testa e torso, eliminando completamente mani e braccia, è qualcosa che oggi non vedo percorrere molto nella fotografia di ritratto.

Ed è interessante perché, davanti a quelle immagini, non si ha mai la sensazione che manchi qualcosa. Anzi.

L’assenza diventa parte della composizione.

È una buona domanda da riportare a casa:

quante cose inseriamo in una fotografia soltanto perché siamo abituati a vederle?

Perché il bianco e nero di Mapplethorpe è così importante

Un altro elemento molto significativo è la scelta del bianco e nero.

Bisogna ricordarsi che molte delle fotografie più famose appartengono agli anni Ottanta.

Non siamo agli inizi della fotografia. Il colore esiste, è maturo ed è ampiamente utilizzato. Il bianco e nero è quindi una scelta linguistica. Ed è una scelta perfettamente coerente con tutto il resto.

Mapplethorpe elimina il colore così come spesso elimina le mani, l’ambiente o gli elementi superflui.

Restano:

luce,

pelle,

forma,

volume,

nero,

bianco.

In questo modo molte fotografie sembrano anche sottrarsi al proprio periodo storico.

Ed è probabilmente uno dei motivi per cui, viste oggi, conservano una modernità sorprendente.

I nudi di Mapplethorpe: quando il corpo diventa scultura

La parte dedicata ai nudi è quella in cui ho percepito maggiormente una ricerca quasi spasmodica dell’immagine capace di richiamare la cultura classica.

I corpi vengono spesso trattati come volumi.

Una schiena diventa superficie.

Un torso diventa geometria.

Una spalla diventa una linea.

La persona sembra quasi trasformarsi in materia.

Il sito ufficiale della mostra parla esplicitamente di corpi immortalati come marmo scolpito e costruisce il confronto con l’antico anche attraverso la presenza delle due sculture dei Musei Capitolini.

Da fotografo, però, quello che trovo più interessante è capire come avvenga questa trasformazione.

E la risposta è soprattutto nella luce.

Mapplethorpe non si limita a illuminare un corpo.

Lo modella.

Un busto femminile che avrei voluto guardare senza interferenze

All’inizio della sezione dei nudi c’è un busto femminile che mi ha particolarmente colpito.

È una di quelle fotografie davanti alle quali avrei voluto fermarmi a lungo.

Osservare come cade la luce.

Dove comincia l’ombra.

Come viene modellata la pelle.

Come il corpo smette quasi di essere un corpo e comincia ad assomigliare a una scultura.

Ed è proprio davanti a questa fotografia che ho percepito uno dei limiti più importanti della mostra.

I vetri davanti alle fotografie: la scelta che critico maggiormente

Una cosa che considero assolutamente criticabile è la scelta di collocare vetri davanti a molte immagini.

I riflessi, in alcuni punti, rendono davvero difficile ottenere una visione pulita delle fotografie.

È paradossale che accada proprio in una mostra dedicata a un autore nel quale la precisione dei toni, la luce e la superficie sono fondamentali.

Davanti al busto femminile ho passato parte del tempo a cercare fisicamente la posizione dalla quale vedere meno riflessi.

Non è quello che vorrei fare davanti a una stampa.

Vorrei guardare la fotografia.

Alcune immagini richiedono un’attenzione quasi assoluta. I riflessi della sala, delle luci e delle persone alle proprie spalle spezzano inevitabilmente quella concentrazione.

Non conosco la motivazione tecnica o conservativa che abbia determinato questa scelta.

Posso soltanto ipotizzare che possa anche contribuire a rendere più difficile realizzare fotografie perfettamente pulite delle opere esposte, ma questa è una mia supposizione e non un’informazione ufficiale.

Qualunque sia la motivazione, il risultato per il visitatore rimane.

La fruizione ne risente.

E chi ha acquistato un biglietto per vedere una mostra fotografica dovrebbe poter osservare le fotografie con il minor numero possibile di interferenze.

Vedere una stampa non dovrebbe essere come guardare una fotografia su uno schermo

È proprio questo il motivo per cui il problema dei vetri mi ha infastidito.

Vado a una mostra perché voglio vedere la stampa.

Voglio capire la dimensione.

La densità di un nero.

La transizione fra due toni.

Il rapporto fra fotografia e spazio.

Voglio avvicinarmi e poi allontanarmi.

Sono tutte cose che un monitor non restituisce allo stesso modo.

Ma perché questa esperienza abbia senso bisogna prima di tutto riuscire a vedere bene l’immagine.

Donne vestite e uomini nudi: uno degli accostamenti più interessanti

Sempre nella parte dedicata al corpo, ho trovato molto significativa la presenza di immagini nelle quali donne vestite vengono accostate a uomini nudi.

È un rovesciamento che funziona immediatamente.

La cultura visiva occidentale ci ha abituato per secoli a vedere la donna nuda e l’uomo vestito.

Quando Mapplethorpe cambia i ruoli ce ne accorgiamo subito.

Eppure la cosa che apprezzo maggiormente è che l’immagine non mi sembra trasformarsi in un manifesto.

Prima funziona come fotografia.

Dopo arriva il ragionamento.

Ed è esattamente l’ordine che preferisco.

Il nudo esplicito: quando dalla forma si passa alla provocazione

Non tutte le fotografie del percorso rimangono però all’interno della ricerca classica.

Ci sono immagini decisamente esplicite, tanto che il Museo dell’Ara Pacis avverte ufficialmente i visitatori della presenza di nudo esplicito.

In un paio di casi ho trovato l’esibizione dei genitali persino eccessiva.

Probabilmente è proprio questo il risultato cercato.

In quei momenti la fotografia smette almeno in parte di essere soltanto ricerca formale e diventa provocazione.

E anche questo, naturalmente, fa parte di Mapplethorpe.

Fiori e nature morte: la stessa ossessione per luce e forma

Un errore sarebbe attraversare rapidamente la sezione dedicata ai fiori pensando che il cuore della mostra siano soltanto ritratti e nudi.

La logica fotografica è la stessa.

Il sito ufficiale della mostra definisce proprio fiori e nature morte uno dei nuclei principali dell’esposizione e sottolinea l’attenzione quasi maniacale riservata alla luce e alle geometrie.

Cambia il soggetto.

Non cambia il problema.

Come trasformare ciò che ho davanti in una forma?

Dove deve cadere la luce?

Quanto nero lasciare?

Come separare il soggetto dal fondo?

Sono le stesse domande che ritroviamo nei corpi.

La sezione italiana è quella che mi ha convinto meno

La tappa romana di questa mostra itinerante presenta anche una selezione specifica di fotografie realizzate da Mapplethorpe durante i soggiorni tra Capri e Napoli, legati al gallerista Lucio Amelio e al progetto Terrae Motus, nato dopo il terremoto del 1980.

La storia è interessante.

Le fotografie, personalmente, molto meno.

È la parte della mostra che ho trovato più deludente.

Alcune immagini mi sono sembrate abbastanza banali, soprattutto dopo essere passato attraverso la precisione dei ritratti e la forza dei corpi.

E credo sia importante poterlo dire.

Studiare un grande fotografo non significa necessariamente considerare grande ogni fotografia che abbia realizzato.

Anzi.

Capire perché alcune immagini ci sembrano molto più forti di altre può essere uno degli esercizi più utili.

Didascalie e pannelli: avrei voluto più fotografia e meno parole

Un’altra cosa che mi ha convinto poco è l’apparato testuale.

Ho trovato alcuni pannelli e alcune didascalie troppo verbosi, ripetitivi e non sempre facili da leggere.

Ma soprattutto mi sono sembrati poveri proprio delle informazioni che, da fotografo, avrei voluto trovare.

Di fronte a una fotografia vorrei sapere:

  • come era posizionata la luce?
  • Quali prove sono state fatte?
  • Come è cambiata durante la sessione?
  • Perché Mapplethorpe ha scelto proprio quella soluzione?

Il paradosso è che il suo archivio ci dimostra quanto queste domande siano centrali nel suo processo creativo.

Le migliaia di Polaroid annotate con dati tecnici raccontano un autore attentissimo al come, non soltanto al risultato finale.

Avrei quindi gradito che il percorso espositivo permettesse di entrare maggiormente nel laboratorio fotografico di Mapplethorpe.

Cosa ho imparato visitando la mostra di Mapplethorpe

La parte più importante della visita, almeno per me, arriva dopo.

Sono uscito pensando a cosa cambiare nel mio modo di fotografare.

Ho imparato nuovi schemi di luce.

Ho osservato quanto profondamente l’illuminazione possa cambiare in funzione del soggetto.

Sono rimasto affascinato dalla meticolosità con cui Mapplethorpe preparava i set.

E soprattutto mi sono ricordato che la luce non dovrebbe essere una firma che imponiamo a qualsiasi persona fotografiamo.

Dovrebbe essere una risposta.

La domanda non è “qual è il mio schema di luce?”

La domanda dovrebbe essere:

qual è lo schema di luce giusto per il soggetto che ho davanti?

Ed è una differenza enorme.

Come consiglio di visitare la mostra se siete fotografi

Se andate all’Ara Pacis perché amate la fotografia, proverei a visitare Le forme della bellezza in un modo leggermente diverso.

Non cercate di vedere tutto alla stessa velocità.

Scegliete alcune immagini.

Fermatevi.

Provate a capire da dove arrivi la luce.

Cercate la luce principale.

Osservate la caduta verso l’ombra.

Guardate quanto corpo entra nell’inquadratura e quanto ne rimane fuori.

Provate a immaginare cosa accadrebbe aggiungendo le mani a un ritratto che non le contiene.

Domandatevi se funzionerebbe ancora allo stesso modo.

Davanti ai nudi, dimenticate per un momento il soggetto e guardate soltanto la forma.

E prima di uscire ripetete il percorso soffermandovi esclusivamente sulle immagini che vi hanno colpito di più e chiedetevi perché proprio quelle. Cosa c’è in quella foto che fa la differenza. Cosa c’è in quella foto di cui potreste appropriarvi nelle vostre realizzazioni?

In questo modo la mostra può trasformarsi in qualcosa di molto simile a una lezione di fotografia in studio.

Vale la pena vedere la mostra di Robert Mapplethorpe a Roma?

Per me .

Non perché tutto sia perfetto.

La sezione italiana mi ha coinvolto poco.

Le didascalie non mi hanno soddisfatto.

E trovo particolarmente penalizzante la presenza dei vetri e dei relativi riflessi davanti a fotografie che meriterebbero una visione quasi priva di qualsiasi interferenza.

Ma alcune immagini valgono davvero il tempo trascorso davanti a loro.

E soprattutto la mostra riesce a fare una cosa che considero fondamentale:

fa venire voglia di capire come siano state costruite le fotografie.

Non voglio uscire dall’Ara Pacis desiderando di fotografare come Mapplethorpe.

Voglio uscire chiedendomi:

come ha ottenuto quella luce?

Perché l’ha messa lì?

Perché ha escluso una parte del corpo?

Perché ha lasciato completamente nera quella zona?

Perché quello schema funziona così bene su quel soggetto?

Sono domande molto più interessanti dell’imitazione.

Un’altra mostra fotografica da vedere a Roma: Moda in Luce

Se la mostra di Mapplethorpe mi ha portato soprattutto a ragionare sulla costruzione della luce, del corpo e del ritratto, un’altra esposizione romana mi ha suggerito una domanda quasi opposta: in che modo la fotografia contribuisce a costruire l’immagine pubblica delle persone e persino un’intera idea di moda?

Alla Centrale Montemartini ho visitato Moda in Luce 1955-1975. Roma fra glamour e innovazione industriale, una mostra che mette insieme fotografie dell’Archivio Luce, cinema, grandi protagonisti della moda italiana e abiti originali.

Anche in questo caso ho cercato di guardarla soprattutto da fotografo: non soltanto chiedendomi cosa mostrassero quelle immagini, ma come la fotografia abbia contribuito a trasformare Roma, le star di Cinecittà e la nascente moda italiana in un immaginario capace di fare il giro del mondo.

Nell’articolo trovate la mia visita completa, insieme a orari, biglietti, cosa vedere e informazioni pratiche per visitare Moda in Luce alla Centrale Montemartini.

FAQ sulla mostra di Robert Mapplethorpe a Roma

Fino a quando è aperta la mostra di Mapplethorpe all’Ara Pacis?

La mostra Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza rimane aperta a Roma fino al 4 ottobre 2026.

Quali sono gli orari?

È aperta tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Prima di partire è comunque consigliabile verificare eventuali avvisi del museo.

Quanto costa il biglietto per la mostra?

Il biglietto per la sola mostra costa 15 euro intero e 13 euro ridotto. Sono inoltre previste tariffe famiglia e categorie con diritto alla riduzione o alla gratuità.

Dove si entra per la mostra?

L’ingresso dello spazio espositivo dell’Ara Pacis è in Via di Ripetta 180, Roma.

Quante fotografie ci sono?

Il percorso presenta una selezione di oltre 200 fotografie, distribuite in otto sezioni.

Ci sono immagini di nudo?

Sì. Sono presenti nudi maschili e femminili e alcune immagini sono esplicite. Il museo segnala ufficialmente la presenza di nudo esplicito.

La mostra è adatta anche a chi non è fotografo?

Sì. Ritratti di personaggi celebri, corpo, cultura classica, moda, fiori e provocazione rendono il percorso leggibile anche senza competenze tecniche. Chi fotografa, però, può ricavarne anche una vera occasione di studio della luce e della composizione.

Quanto tempo conviene dedicare alla visita?

Personalmente suggerirei almeno 75-90 minuti se volete osservare le immagini con calma. Chi vuole studiare luce e composizione potrebbe facilmente trattenersi più a lungo.

Robert Mapplethorpe all’Ara Pacis: le informazioni essenziali

Mostra: Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza
Dove: Museo dell’Ara Pacis – Spazio espositivo, Via di Ripetta 180, Roma
Date: 29 maggio – 4 ottobre 2026
Orario: tutti i giorni 9.30-19.30
Ultimo ingresso: un’ora prima della chiusura
Biglietto solo mostra: 15 euro intero, 13 euro ridotto
Curatore: Denis Curti
Opere: oltre 200 fotografie, percorso in otto sezioni
Informazioni: call center 060608, attivo tutti i giorni dalle 9 alle 19.

La fotografia migliore da portarsi via non è necessariamente una fotografia

Sono uscito dalla mostra con il ricordo di alcuni ritratti, dei corpi trasformati dalla luce e di quella capacità quasi ossessiva di togliere tutto ciò che non serve.

Ma quello che considero più importante non è una fotografia specifica.

È un metodo.

Guardare il soggetto.

Pensare alla fotografia prima di scattare.

Costruire la luce.

Provare.

Correggere.

Cambiare schema quando cambia la persona.

E avere il coraggio di eliminare dall’inquadratura anche qualcosa che normalmente penseremmo di dover mostrare.

È probabilmente questo ciò che cerco quando vado a vedere il lavoro dei fotografi che sono entrati nella storia.

Non immagini da copiare.

Soluzioni da capire.

E la mostra di Robert Mapplethorpe all’Ara Pacis, nonostante qualche limite nell’allestimento, di soluzioni da capire ne offre parecchie.

Su Fotonarrando.it continuerò a raccontare mostre e fotografi proprio da questo punto di vista: non soltanto chiedendomi cosa hanno fotografato, ma soprattutto come hanno fatto a trasformarlo in una fotografia capace di rimanere.

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