martedì, Agosto 25 2026

La mostra Moda in Luce 1955-1975. Roma fra glamour e innovazione industriale è visitabile alla Centrale Montemartini di Roma fino al 15 novembre 2026. Curata da Fabiana Giacomotti, riunisce 150 fotografie d’epoca, cinque postazioni video, documenti, tessuti e 27 abiti originali, raccontando i vent’anni nei quali Roma divenne uno dei centri mondiali della moda, del cinema e di quello che avrebbe conquistato il mondo con il nome di Made in Italy.

Moda in Luce è quindi anche una grande mostra fotografica sulla moda a Roma: le immagini dell’Archivio Luce non accompagnano semplicemente gli abiti, ma raccontano come fotografia, cinema e stampa contribuirono alla costruzione internazionale del Made in Italy.

Ma entrando alla Centrale Montemartini mi sono accorto che questa non è soltanto una mostra sulla moda.

È anche una mostra su come la fotografia costruiva l’immaginario della moda.

Ed è probabilmente questo l’aspetto che mi ha interessato maggiormente.

Sono andato a visitarla cercando di capire non soltanto quali abiti indossassero Sophia Loren, Audrey Hepburn, Anita Ekberg o Claudia Cardinale, ma soprattutto come venissero fotografati i divi quando ancora non sembrava necessario trasformarli continuamente in divinità irraggiungibili.

Guardando quelle immagini mi sono ritrovato davanti a un modo di raccontare la celebrità molto diverso da quello al quale siamo abituati oggi.

I protagonisti sono straordinari, ma spesso i loro atteggiamenti sono sorprendentemente normali. Forse è proprio questa distanza ridotta fra il personaggio famoso e chi guarda una delle cose più affascinanti di Moda in Luce.

Moda in Luce 1955-1975 alla Centrale Montemartini: date, orari e biglietti

Per chi sta cercando le informazioni pratiche per visitare Moda in Luce a Roma, la mostra è ospitata ai Musei Capitolini – Centrale Montemartini, in Via Ostiense 106, dal 26 giugno al 15 novembre 2026.

È aperta dal martedì alla domenica dalle 9.00 alle 19.00, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Il lunedì il museo è chiuso.

Il biglietto cumulativo Centrale Montemartini + mostra Moda in Luce costa attualmente 14,50 euro intero e 10 euro ridotto per i non residenti.

L’ingresso è gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana, previa esibizione di un documento che attesti la residenza, e per i possessori della MIC Card.

Prima della visita consiglio comunque di controllare eventuali variazioni o avvisi sul sito ufficiale del museo.

Come arrivare alla Centrale Montemartini

La Centrale Montemartini si trova in Via Ostiense 106. La fermata della metropolitana più vicina è Garbatella, Metro B. Da lì il museo si raggiunge a piedi in circa 5-10 minuti.

Un dettaglio utile: l’ingresso non appare immediatamente sulla strada perché il museo è collocato all’interno del complesso della vecchia centrale elettrica. Una volta arrivati al civico 106, accanto a un caratteristico BAR, bisogna quindi entrare nel cortile.

Quanto tempo serve per vedere Moda in Luce?

Se l’obiettivo è semplicemente attraversare il percorso e vedere gli abiti principali, può bastare relativamente poco. Diciamo mezz’ora. 

Io però programmerei una visita di un’ora – un’ora e mezza. Se amate fotografia, moda o cinema, il rischio è infatti quello di cominciare a fermarsi davanti alle immagini, guardare i filmati, leggere i documenti e confrontare le fotografie storiche con gli abiti reali esposti nelle sale.

Ed è proprio in quei confronti che, secondo me, la mostra diventa più interessante.

Cosa si vede nella mostra Moda in Luce 1955-1975

Il cuore dell’esposizione è costituito dal patrimonio dell’Archivio storico Luce, che documenta il momento nel quale moda, cinema, industria e costume iniziano a intrecciarsi profondamente.

Nel percorso ci sono 150 fotografie d’epoca, in gran parte provenienti dall’Archivio Luce, cinque postazioni video con filmati anche rari, documenti, tessuti e 27 abiti originali, molti dei quali poco o mai esposti.

Compaiono alcuni dei nomi fondamentali della moda italiana: Valentino Garavani, Karl Lagerfeld per Fendi, Sorelle Fontana, Fernanda Gattinoni, Roberto Capucci, Irene Galitzine, Renato Balestra, Pino Lancetti, Emilio Federico Schuberth, Angelo Litrico, Caraceni e Laura Biagiotti, insieme ad altri protagonisti meno conosciuti dal grande pubblico.

E poi c’è il cinema.

Sophia Loren, Audrey Hepburn, Elizabeth Taylor, Lucia Bosè, Anita Ekberg, Anna Magnani, Ingrid Bergman, Sean Connery e molti altri entrano continuamente nella storia.

La sensazione è che per vent’anni Roma sia stata contemporaneamente set cinematografico, passerella, atelier e gigantesco studio fotografico a cielo aperto.

La domanda che mi sono fatto: come fotografavamo le persone famose prima dei social?

Visitando recentemente la mostra di Robert Mapplethorpe all’Ara Pacis, mi ero concentrato soprattutto sulla costruzione tecnica delle immagini.

Dove mette la luce?
Perché taglia il corpo in quel punto?
Perché elimina le mani?
Come modella un volto?

Davanti alle fotografie di Moda in Luce la domanda è cambiata. Mi sono chiesto:

che rapporto costruisce questa fotografia fra il personaggio famoso e chi la guarda?

Su questo aspetto ho percepito una differenza enorme rispetto a molta fotografia contemporanea.

Oggi la comunicazione della moda e quella dei VIP sembrano spesso cercare una distanza.

Il personaggio deve apparire eccezionale.

La modella deve diventare quasi una creatura appartenente a un altro mondo.

Ogni particolare deve contribuire a costruire quella distanza: location, styling, luce, postproduzione, nitidezza, marchi.

Molte fotografie esposte alla Centrale Montemartini sembrano procedere nella direzione opposta.

Avvicinano il divo allo spettatore.

Non eliminano il glamour.

Lo rendono umano.

Quando i divi potevano ancora sembrare persone

Questa è probabilmente l’idea che mi porto maggiormente dietro dalla mostra.

Le fotografie raccontano persone famosissime, abiti straordinari e ambienti che appartengono alla storia del cinema e della moda.

Eppure molto spesso non percepisco la necessità di gridare continuamente:

guardate quanto è irraggiungibile questa persona.

Il divo rimane divo anche quando il gesto è normale.

Il vestito rimane importante anche quando la fotografia non sembra costruita esclusivamente per venderlo.

Forse proprio per questo alcune immagini riescono ancora oggi a essere incredibilmente eleganti. Questa semplicità è il segreto della loro eleganza.

Prima del culto della nitidezza

Da fotografo mi ha colpito anche un altro elemento.

Oggi possiamo osservare una fotografia ingrandendola al cento per cento sul monitor e discutere se un occhio sia perfettamente nitido, se l’obiettivo abbia risolto abbastanza dettaglio o se il sensore produca più o meno rumore.

È un esercizio tecnicamente interessante.

Ma qualche volta rischia di farci dimenticare la fotografia.

Molte immagini presenti in Moda in Luce appartengono evidentemente a un’altra cultura visiva.

La nitidezza non sembra essere necessariamente il parametro dominante.

Conta il momento.
Conta la persona.
Conta il gesto.
Conta ciò che sta accadendo.
Conta soprattutto la capacità dell’immagine di raccontare qualcosa.

Questo non significa naturalmente che la tecnica non fosse importante.

Significa che la tecnica sembra rimanere al servizio dell’immagine invece di diventare l’argomento principale dell’immagine.

Ed è una differenza sulla quale vale la pena riflettere.

Dove sono finiti i loghi?

C’è poi un particolare che diventa evidente soprattutto se confrontiamo quelle immagini con la fotografia di moda contemporanea.

I marchi non hanno bisogno di occupare il fotogramma.

Naturalmente stiamo parlando di grandi sartorie e di una gigantesca industria che si sta sviluppando.

L’aspetto commerciale esiste.

Ma spesso emerge dal contesto.

Un Valentino deve essere riconoscibile perché è un Valentino.

Un abito delle Sorelle Fontana deve avere forza per ciò che è.

Non perché il nome della maison occupi metà dell’immagine.

Oggi siamo abituati a una cultura visiva nella quale un logo può diventare esso stesso protagonista della fotografia.

Guardando le fotografie degli anni Cinquanta e Sessanta mi sono reso conto di quanto quella necessità fosse meno evidente.

Il prodotto poteva permettersi di essere raccontato.

Non doveva necessariamente essere dichiarato.

Forse perché la gente leggeva ancora?

Mi sono fatto anche una domanda che la mostra non pone esplicitamente e che considero quindi una mia interpretazione.

Quelle fotografie vivevano in un ecosistema mediatico completamente diverso dal nostro.

Rotocalchi, quotidiani, settimanali illustrati, cinegiornali.

La fotografia non era necessariamente costretta a spiegare tutto da sola nel tempo di uno scroll.

Attorno all’immagine c’erano un titolo, una didascalia, un articolo.

E soprattutto c’era un pubblico abituato a leggere.

Forse anche per questo una fotografia poteva permettersi di essere meno esplicita.

Non doveva contenere contemporaneamente personaggio, marchio, prodotto, slogan e messaggio commerciale.

Poteva semplicemente mostrare.

E lasciare che fosse il lettore a completare il racconto.

Non so se questa sia una delle ragioni.

Ma davanti a queste fotografie è difficile non chiederselo.

La fotografia non documenta soltanto la moda: contribuisce a crearla

Questo è il passaggio fondamentale.

Senza quelle fotografie oggi conosceremmo comunque Valentino, le Sorelle Fontana o Capucci.

Ma probabilmente non li immagineremmo allo stesso modo.

La fotografia non arriva dopo la moda per registrarne l’esistenza.

Partecipa alla costruzione del mito.

Lo stesso vale per il cinema.

Cinecittà porta a Roma attori e produzioni internazionali. Le sartorie vestono quelle star. Le star vengono fotografate. Le fotografie finiscono sui giornali. Le immagini viaggiano nel mondo.

E improvvisamente Roma non produce soltanto vestiti.

Produce immaginario.

È forse questo uno dei passaggi più importanti per comprendere la nascita del Made in Italy.

Il Fiesta di Valentino: quando un colore diventa identità

Fra i capi più significativi della mostra c’è Fiesta di Valentino, modello 77 della prima sfilata del 1959.

È uno degli abiti nei quali compare quel rosso che diventerà successivamente uno degli elementi identitari della maison.

Guardarlo oggi significa osservare qualcosa che conosciamo già attraverso ciò che è avvenuto dopo.

Noi sappiamo cosa diventerà Valentino.

Sappiamo cosa significherà quel rosso.

Ma nel 1959 quella storia stava appena cominciando.

Ed è probabilmente proprio questo il privilegio offerto da una mostra storica: poter osservare il momento nel quale qualcosa che oggi consideriamo inevitabile era ancora soltanto un’intuizione.

Il pijama palazzo di Irene Galitzine e il legame con il cinema

Altro pezzo importante è il pijama palazzo di Irene Galitzine del 1963, legato all’immagine di Claudia Cardinale ne La pantera rosa di Blake Edwards.

Qui diventa quasi impossibile separare il vestito dalla persona che lo indossa e dal cinema che lo diffonde.

È esattamente il meccanismo raccontato dalla mostra.

Un capo nasce nella moda.

Il cinema gli dà un corpo.

La fotografia gli dà un’immagine.

I media lo trasformano in desiderio.

Quella che chiamiamo moda è quindi il risultato di una rete molto più complessa della semplice creazione sartoriale.

Da Capucci a Fendi: gli abiti diventano documenti storici

Nel percorso compaiono anche un abito da cocktail delle Sorelle Fontana, un abito corto di André Laug del 1968, un abito da sera di Roberto Capucci dello stesso anno, un completo soprabito e gonna disegnato da Karl Lagerfeld per Fendi nel 1973, oltre a creazioni di Schuberth, Lancetti, Litrico e Caraceni.

È interessante guardarli non soltanto come oggetti belli.

Sono documenti tridimensionali.

Raccontano un modo di muoversi, una società, un’idea di corpo e perfino un’idea dei ruoli maschili e femminili.

La moda cambia perché cambia il mondo.

E qualche volta lo anticipa.

Non soltanto glamour: la SNIA-Viscosa racconta l’industria

Una parte che rischia di essere oscurata dagli abiti e dai divi riguarda la SNIA-Viscosa.

È invece fondamentale.

Perché il sottotitolo della mostra non è casuale: Roma fra glamour e innovazione industriale.

Dietro l’eleganza esistono fabbriche.

Esiste la chimica.

Esiste la ricerca sui materiali.

Esiste il lavoro.

Esistono le lavoratrici.

La storia della moda italiana non è quindi soltanto storia di atelier e passerelle.

È anche storia industriale.

Ed è proprio questo intreccio fra artigianato sofisticatissimo e capacità produttiva a rendere possibile la trasformazione della moda italiana in un fenomeno internazionale.

Palma Bucarelli: quando la moda incontra l’arte

Un’altra sezione è dedicata a Palma Bucarelli, storica direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

La sua presenza aiuta a comprendere un ulteriore passaggio: la moda non vive isolata.

Dialoga con arte, architettura, grafica, fotografia, cinema e design.

Il vestito può quindi essere contemporaneamente oggetto d’uso, simbolo sociale e ricerca formale.

Da questo punto di vista la mostra funziona molto bene proprio perché evita di raccontare la moda esclusivamente come successione di stilisti.

Cerca invece di mostrarne l’ecosistema.

Perché la Centrale Montemartini è il posto giusto per questa mostra

Anche il luogo contribuisce al racconto.

La Centrale Montemartini nasce come centrale elettrica e conserva ancora giganteschi macchinari industriali accanto alla collezione archeologica dei Musei Capitolini.

Dentro questo spazio viene ricostruita, attraverso l’allestimento progettato da Dario Dalla Lana, l’atmosfera di una elegante sartoria romana degli anni Cinquanta e Sessanta.

È un cortocircuito particolarmente riuscito.

Industria.

Arte antica.

Moda.

Fotografia.

Cinema.

E perfino il titolo Moda in Luce assume qui significati diversi.

C’è la luce della fotografia.

C’è l’Archivio Luce.

E c’è una ex centrale nata proprio per produrre luce elettrica.

Difficile immaginare un contenitore più coerente.

Cosa ho imparato visitando Moda in Luce come fotografo

La mostra non mi ha lasciato uno schema di illuminazione da riprodurre in studio come era accaduto con Mapplethorpe.

Mi ha lasciato qualcosa di diverso.

Una domanda sul rapporto fra fotografo e soggetto.

Quanto dobbiamo trasformare una persona per renderla interessante?

Quanto dobbiamo renderla irraggiungibile?

Quanto dipende l’importanza di un’immagine dalla perfezione tecnica e quanto invece dalla sua capacità di avvicinarci a ciò che racconta?

E soprattutto:

siamo ancora capaci di fotografare una persona famosa come una persona?

Guardando molte immagini dell’Archivio Luce mi sembra che allora fosse possibile mantenere contemporaneamente entrambe le cose.

Il mito e l’essere umano.

Forse è proprio questo equilibrio che oggi abbiamo parzialmente perduto.

Come consiglio di visitare Moda in Luce se amate la fotografia

Non fermatevi soltanto davanti agli abiti più famosi.

Guardate le fotografie.

Poi guardate l’abito corrispondente.

E tornate alla fotografia.

Chiedetevi che cosa abbia aggiunto il fotografo.

Osservate quanto spazio viene dato alla persona e quanto al vestito.

Guardate se il soggetto appare consapevole della macchina fotografica oppure se sembra dimenticarla.

Cercate i loghi.

Guardate la nitidezza.

Guardate il gesto.

E soprattutto provate a immaginare la stessa fotografia realizzata oggi.

Probabilmente sarebbe diversa.

Capire perché sarebbe diversa è uno degli esercizi più interessanti che questa mostra possa offrire.

Vale la pena vedere Moda in Luce 1955-1975 a Roma?

Per me sì.

Non soltanto se amate la moda.

La consiglierei a chi si occupa di fotografia, cinema, costume, comunicazione e storia contemporanea.

I vestiti sono naturalmente uno dei motivi per visitarla.

Ma ciò che mi sembra più interessante è osservare il momento nel quale Roma riesce a mettere insieme una combinazione difficilmente ripetibile di cinema, sartoria, industria, star internazionali, fotografia e stampa.

Per qualche anno tutte queste cose convivono nello stesso luogo e si alimentano reciprocamente.

Il risultato è qualcosa che ancora oggi chiamiamo Made in Italy.

E le fotografie esposte alla Centrale Montemartini ci ricordano che quel successo non è stato costruito soltanto con ago e filo.

È stato costruito anche con una macchina fotografica.

FAQ sulla mostra Moda in Luce a Roma

Fino a quando è aperta Moda in Luce 1955-1975?

La mostra rimane aperta alla Centrale Montemartini fino al 15 novembre 2026.

Quali sono gli orari?

È visitabile dal martedì alla domenica dalle 9.00 alle 19.00, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Il lunedì il museo è chiuso.

Quanto costa il biglietto?

Il biglietto cumulativo Centrale Montemartini + mostra costa 14,50 euro intero e 10 euro ridotto per i non residenti. Sono previste gratuità secondo la tariffazione vigente.

I residenti a Roma pagano?

L’ingresso è gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana presentando un documento che attesti la residenza. È gratuito anche per i possessori della MIC Card.

Dove si trova la mostra?

Alla Centrale Montemartini, Via Ostiense 106, Roma.

Qual è la metropolitana più vicina?

La fermata più vicina è Garbatella sulla Metro B. Da lì occorrono circa 5-10 minuti a piedi.

Quante fotografie ci sono?

Il percorso comprende 150 fotografie d’epoca, in gran parte provenienti dall’Archivio storico Luce.

Quanti abiti sono esposti?

Sono presenti 27 abiti originali, molti dei quali inediti o raramente esposti.

Quali stilisti si possono vedere?

Tra gli altri sono presenti Valentino Garavani, Karl Lagerfeld per Fendi, Roberto Capucci, Sorelle Fontana, Fernanda Gattinoni, Irene Galitzine, Renato Balestra, Schuberth, Pino Lancetti, Angelo Litrico, Caraceni e Laura Biagiotti.

La mostra è interessante anche per chi non si occupa di moda?

Secondo me sì. Il percorso parla anche di fotografia, cinema, industria, costume e trasformazioni della società italiana fra gli anni Cinquanta e Settanta.

Moda in Luce 1955-1975 a Roma: le informazioni essenziali

  • Mostra: Moda in Luce 1955-1975. Roma fra glamour e innovazione industriale

  • Dove: Musei Capitolini – Centrale Montemartini, Via Ostiense 106, Roma

  • Date: 26 giugno – 15 novembre 2026

  • Orari: martedì-domenica 9.00-19.00

  • Ultimo ingresso: un’ora prima della chiusura

  • Chiusura: lunedì

  • Biglietto mostra + museo: €14,50 intero; €10 ridotto per i non residenti

  • Gratuito: residenti a Roma e Città Metropolitana e possessori MIC Card

  • Curatrice: Fabiana Giacomotti

  • Percorso: 150 fotografie, cinque postazioni video, documenti, tessuti e 27 abiti originali

  • Metro: linea B, fermata Garbatella

  • Informazioni: call center 060608

Quello che porto via dalla Centrale Montemartini

Sono entrato pensando di vedere la storia della moda italiana.

Sono uscito pensando alla storia della fotografia.

O, più precisamente, a come la fotografia abbia contribuito a costruire la nostra idea stessa di moda.

Quelle immagini raccontano un’epoca nella quale Valentino, Cinecittà, via Veneto, i grandi attori e le sartorie romane stavano diventando mito.

Ma lo fanno senza necessariamente trasformare ogni persona in una statua e ogni immagine in un manifesto pubblicitario.

I personaggi possono ancora sembrare persone.

Gli abiti possono essere importanti senza essere ricoperti di marchi.

Una fotografia può essere imperfetta nella nitidezza e perfettamente riuscita nel racconto.

Ed è probabilmente questa la lezione fotografica che mi porto via da Moda in Luce.

Nell’articolo sulla mostra di Robert Mapplethorpe a Roma ero uscito dall’Ara Pacis cercando soluzioni da capire: luce, composizione, costruzione del corpo.

Dalla Centrale Montemartini porto via un’altra domanda.

Non soltanto come fotografiamo qualcuno, ma che distanza decidiamo di costruire fra quella persona e chi guarderà la fotografia.

È una scelta fotografica.

Ma è anche una scelta culturale.

E guardando queste immagini degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta viene inevitabilmente voglia di chiedersi se, nella fotografia contemporanea, quella distanza non sia diventata qualche volta troppo grande.

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