Richard Avedon a Roma: gli sguardi, le api e il rapporto umano dietro i ritratti di In the American West
Una visita alla mostra di Palazzo Esposizioni Roma, tra ritratti in bianco e nero, scelte fotografiche coraggiose e lettere che raccontano il rapporto tra Richard Avedon e le persone che fotografava.
Di Gian Luca Pallai
Un uomo ricoperto di api, prima ancora di entrare
Non ho ancora svoltato l’angolo di Palazzo delle Esposizioni, a Roma, quando una fotografia attira la mia attenzione. È quella scelta per il manifesto della mostra dedicata a Richard Avedon, che campeggia sulla facciata dell’edificio.
Un uomo a torso nudo, la pelle bianchissima, il corpo e la testa ricoperti da centinaia di api. Gli insetti formano una massa scura che sembra disegnare un abito vivente. Il contrasto fra la pelle chiarissima e il nero delle api è impressionante, così come la serenità dell’uomo, che guarda dritto davanti a sé, apparentemente indifferente a ciò che gli accade addosso.
Mi fermo a osservare l’immagine, incuriosito soprattutto dalla sua costruzione.
Scoprirò che quel ritratto, realizzato nel 1981, è una delle fotografie più costruite dell’intera serie In the American West. Avedon aveva immaginato la composizione, realizzato alcuni schizzi e pubblicato un annuncio su una rivista di apicoltura per trovare qualcuno disposto a posare. Ronald Fischer accettò. Con l’aiuto di un entomologo, il suo corpo fu ricoperto di api attirate dal feromone della regina. Servirono due giornate e 121 esposizioni per arrivare all’immagine definitiva.
Una fotografia straordinariamente elaborata che, tuttavia, sembra estremamente naturale.
È un bell’inizio per una mostra che mi porterà a interrogarmi continuamente sul confine tra ciò che vede il fotografo e ciò che decide di costruire.
Il West senza paesaggio: quando i luoghi sono scritti sui volti
Richard Avedon. In the American West 1979–1984, visitabile al Palazzo Esposizioni Roma dal 9 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027, raccoglie 110 stampe fotografiche, insieme a Polaroid preparatorie, documenti e corrispondenza.
Per cinque anni Avedon ha attraversato l’Ovest degli Stati Uniti, fotografando minatori, camionisti, allevatori, lavoratori dei mattatoi, disoccupati e persone ai margini della società.
Eppure, entrando nelle sale, la prima cosa che colpisce è proprio ciò che manca: il paesaggio.
Niente canyon, montagne o strade polverose. Soltanto persone, isolate davanti a un fondale bianco.
E tuttavia quei luoghi continuano a essere presenti.
Sono nei vestiti, nelle mani, nelle rughe, nella pelle segnata dal sole, nei capelli disordinati. Un minatore conserva il volto annerito dal carbone e la camicia aperta che lascia intravedere una pelle sorprendentemente chiara. Un altro sembra essersi preparato per andare in chiesa insieme ai figli, con gli abiti puliti e ordinati.
Mi colpisce la dignità di queste persone, anche quando le loro condizioni di vita sono difficili. Avedon non cerca necessariamente di abbellirle, ma nemmeno le schematizza riducendole alla povertà o alla fatica che sembrano accompagnarle.
Il paesaggio, in queste fotografie, è narrato attraverso le persone.
Occhi, ombre e inquadrature che oggi qualcuno giudicherebbe sbagliate
Quasi tutti i soggetti guardano direttamente in camera.
Gli sguardi sono fermi, spesso impassibili, talvolta attraversati da una sottile malinconia. Le bocche raramente sorridono. In molti ritratti le labbra sono appena socchiuse, separate da uno spazio quasi impercettibile.
Mi domando cosa stessero pensando quelle persone. Erano imbarazzate? Incuriosite? Stanche? Oppure stavano semplicemente aspettando che il fotografo finisse il proprio lavoro?
In alcune fotografie il volto sembra perdersi nelle ombre. I dettagli diventano difficili da distinguere, mentre il bianco degli occhi domina la scena.
Nel 2026 le foto si post producono in modo completamente diverso.
Oggi siamo abituati a recuperare digitalmente ogni ombra, a cercare la nitidezza perfetta e a rendere leggibile ogni particolare. Avedon dimostra invece che non tutto deve necessariamente essere visibile.
E lo fa con una consapevolezza tecnica straordinaria, come testimoniano le stampe di lavoro esposte, sulle quali compaiono annotazioni manoscritte: cerchi, frecce e indicazioni per schiarire o scurire porzioni precise dell’immagine.
Anche le inquadrature mi sorprendono. Mani tagliate dai bordi, braccia che sembrano sproporzionate, teste che appaiono più grandi del normale. Qualcuno, seguendo i canoni moderni, potrebbe persino considerarle fotografie tecnicamente sbagliate.
In certi casi l’effetto ricorda quello di un grandangolo utilizzato a distanza ravvicinata. In realtà Avedon lavorava con una macchina fotografica a banco ottico 8×10 pollici e una focale vicina alla normale per quel formato. Erano soprattutto la posizione di ripresa, la distanza e la disposizione del corpo a determinare quelle proporzioni.
Ed è proprio la questione della distanza a interessarmi maggiormente.
Su una parete leggo una dichiarazione di Avedon:
«Sono così vicino al soggetto da poterlo toccare e non c’è nulla tra di noi se non ciò che accade nel momento in cui ci osserviamo reciprocamente durante la realizzazione del ritratto.»
È una frase che cambia il modo di guardare quelle fotografie.
Avedon riconosce che il ritratto nasce da uno scambio nel quale entrambi, fotografo e soggetto, si influenzano reciprocamente. La macchina fotografica registra anche le conseguenze di quella relazione.
Le lettere: la parte della mostra che mi ha colpito di più
Devo ammettere che, fra tutto ciò che ho visto, la testimonianza che mi colpisce maggiormente non è una fotografia.
È una lettera.
Fra i documenti esposti c’è quella che Cheryl Harrison scrisse a Richard Avedon il 21 settembre 1985, anche a nome della propria famiglia, dopo aver partecipato alla mostra.
Il tono è affettuoso, spontaneo, riconoscente. Cheryl racconta quanto siano stati felici dell’esperienza, delle persone incontrate e della possibilità di far parte di quel progetto.
Ma soprattutto risponde a chi aveva criticato le fotografie del West americano, accusando Avedon di aver rappresentato i suoi protagonisti in maniera poco lusinghiera.
Scrive:
«Se guardassero davvero le persone anziché la “fotografia”, forse riuscirebbero a cogliere il vero significato.»
Rimango a riflettere su queste parole.
Perché siamo abituati a giudicare una fotografia attraverso la luce, l’inquadratura, la nitidezza, la composizione. Cerchiamo il particolare riuscito o quello che avremmo fatto diversamente.
E qualche volta dimentichiamo di guardare la persona.
Le lettere esposte, insieme alle Polaroid preparatorie, raccontano un aspetto meno conosciuto del lavoro di Avedon: la capacità di costruire un rapporto umano con chi si trovava davanti alla sua macchina fotografica.
Prima della sessione veniva realizzata una Polaroid, associata a un fascicolo con i dati personali e la liberatoria. Questo consentiva allo studio di inviare successivamente ai soggetti una stampa, una copia del libro e un invito all’inaugurazione.
Un’attenzione che trovo tutt’altro che secondaria.
Anche il celebre ritratto di Sandra Bennett, la ragazzina con le lentiggini e la salopette scelta per la copertina del libro, ricorda quanto complesso possa essere il rapporto tra fotografo e soggetto. Sandra raccontò successivamente che Avedon le aveva chiesto di non sorridere, mentre lei avrebbe preferito mostrarsi allegra.
L’immagine che vediamo è dunque il risultato dell’incontro fra ciò che la ragazza avrebbe voluto mostrare e ciò che il fotografo cercava.
Non sempre le due cose coincidono.
Ma è proprio in questa relazione, talvolta difficile, che il ritratto prende forma.
La fotografia racconta il fotografo
Mentre mi avvio verso l’uscita, torno a una frase di Franco Fontana che considero fondamentale:
La fotografia racconta il fotografo.
Più ripenso alla mostra, più mi sembra che ne sia una dimostrazione.
Richard Avedon, già celebre per aver rivoluzionato la fotografia di moda sulle pagine di Harper’s Bazaar e Vogue, sceglie di dedicarsi a uomini e donne comuni, lontanissimi dal mondo dell’eleganza e delle celebrità.
Eppure il suo modo di fotografarli conserva una caratteristica fondamentale: la ricerca ostinata di qualcosa che si riveli attraverso lo sguardo e la presenza fisica.
Il fondale bianco, la distanza ravvicinata, le inquadrature insolite, il controllo delle ombre raccontano certamente le persone ritratte. Ma raccontano anche le scelte e la sensibilità dell’autore.
Ripenso all’apicoltore sul manifesto, a quel volto chiarissimo circondato da migliaia di api nere. All’inizio ero stato colpito soprattutto dalla forza visiva dell’immagine.
Adesso mi domando cosa fosse accaduto fra Avedon e quell’uomo prima di scattarla.
E torno con il pensiero alla lettera degli Harrison.
Perché mi ricorda qualcosa che, nel nostro lavoro, corriamo continuamente il rischio di dimenticare.
Possiamo essere bravissimi a fotografare un volto senza essere stati capaci di incontrare davvero la persona che abbiamo davanti.
Forse è proprio questo il ricordo più importante che porto via da Palazzo Esposizioni: un grande ritratto non dipende soltanto dalla capacità di guardare, ma anche da quella di entrare in relazione.
Richard Avedon a Roma: informazioni sulla mostra
Mostra: Richard Avedon. In the American West 1979–1984
Dove: Palazzo Esposizioni Roma, via Nazionale 194
Quando: dal 9 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027
Curatore: Clément Chéroux
Orari: martedì–domenica, 10:00–20:00. Lunedì chiuso.
Informazioni: www.palazzoesposizioniroma.it
Testo e fotografie della visita: Gian Luca Pallai — Fotonarrando.it












