Mostra Ettore Scola a Roma 2026: a Palazzo Braschi il racconto di come nasce un grande autore
Mostra Ettore Scola a Roma 2026: a Palazzo Braschi il racconto di come nasce un grande autore
La prima cosa da chiarire entrando a “Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati”, in mostra al Museo di Roma a Palazzo Braschi fino al 13 settembre 2026, è probabilmente anche quella più importante: non è una mostra sul cinema di Ettore Scola nel senso spettacolare del termine e, soprattutto, non è una mostra fotografica.
È prima di tutto una grande mostra biografica e documentaristica.
Racconta Scola attraverso la sua vita, le carte, gli oggetti, le sceneggiature, le vignette, gli appunti, i rapporti personali e professionali e il lungo legame con Roma. Le fotografie e i materiali video ci sono, ma rimangono decisamente secondari rispetto all’enorme quantità di documentazione esposta.
Soprattutto c’è un elemento che, dopo aver visitato la mostra, mi è rimasto più degli altri.
La gavetta.
Il lungo periodo nel quale un uomo, anzi un giovanissimo, evidentemente promettente accetta di scrivere, inventare situazioni e costruire personaggi sapendo che il suo nome non comparirà da nessuna parte.
Potrebbe sembrare una parentesi frustrante nella carriera di un artista destinato al successo. Guardando retrospettivamente la storia di Ettore Scola, appare invece quasi il contrario. Quella gavetta gli permette di imparare il mestiere, osservare continuamente gli esseri umani e soprattutto entrare in contatto con personalità artistiche di grandissimo livello.
Sono proprio quegli incontri, quelle redazioni, quelle collaborazioni e quei rapporti professionali ad aprire progressivamente la strada verso una carriera che diventerà brillante e straordinariamente fortunata.
Forse è questa la vera storia che Palazzo Braschi racconta meglio.
Prima del grande regista c’è stato qualcuno felice di imparare anche quando non era previsto che firmasse lui quello che inventava.
Ed è proprio da qui che nasce la domanda più utile per chi sta pensando di visitare la mostra: vale la pena vedere la mostra di Ettore Scola a Palazzo Braschi?
La risposta, dopo averla visitata, è: dipende da quello che state cercando.
Se volete conoscere Scola, la storia del cinema italiano e soprattutto capire come si forma un autore capace di costruire personaggi osservando gli esseri umani, la risposta è sì.
Se cercate invece una mostra dalla quale uscire con nuove idee sulla fotografia, sulla luce, sull’inquadratura o sul linguaggio visivo del cinema, molto meno.
Una mostra biografica: Ettore Scola prima ancora dei suoi film
La mostra, curata da Silvia Scola e Alessandro Nicosia, è stata organizzata nel decennale della morte del regista e occupa le sale del primo piano di Palazzo Braschi.
Il percorso è diviso in tre grandi sezioni: L’uomo, L’artista e Roma.
Ed è già questa scelta curatoriale a spiegare bene l’impostazione dell’intera esposizione.
Il protagonista non è soltanto il regista di C’eravamo tanto amati, Brutti, sporchi e cattivi, Una giornata particolare o La famiglia.
Prima del regista c’è il ragazzo che disegna.
Poi arriva l’umorista.
Poi lo sceneggiatore.
E per molto tempo c’è anche uno sceneggiatore che lavora senza poter rivendicare completamente la paternità di quello che scrive.
Solo dopo arriverà l’uomo dietro la macchina da presa.
Una delle cose che la mostra riesce a raccontare meglio è proprio questa continuità.
Il successo non sembra arrivare come una cesura improvvisa.
È il risultato di una sedimentazione.
Dal “Marc’Aurelio” al cinema: la palestra dove nasce lo sguardo di Scola
Ettore Scola nasce a Trevico nel 1931 ma cresce a Roma.
Giovanissimo entra nell’ambiente del Marc’Aurelio, una delle grandi palestre dell’umorismo italiano del Novecento, frequentata negli anni anche da personaggi destinati a diventare protagonisti del nostro cinema.
Scola nasce infatti prima di tutto come disegnatore e umorista.
La vignetta obbliga a osservare velocemente una persona, trovarne un tratto distintivo, comprenderne una debolezza e sintetizzare tutto in pochi segni.
È difficile non vedere, visitando la mostra, quanto di quel metodo sia poi entrato nel suo cinema.
Gli italiani di Scola sono spesso deformati, contraddittori, ridicoli, commoventi e sgradevoli nello stesso momento.
Non vengono corretti per diventare personaggi migliori.
Vengono accettati nella loro integralità.
La gavetta senza firma: la parte più attuale (o inattuale) della mostra
È questo, personalmente, l’aspetto che più mi ha colpito dell’intero percorso.
Prima che il suo nome acquistasse peso, Scola lavorò a lungo anche scrivendo per altri senza comparire nei titoli.
Oggi parleremmo di ghostwriting.
Scola raccontò che nel mestiere dell’epoca questo tipo di lavoro veniva indicato anche con un termine oggi evidentemente inaccettabile: fare il “negro”, o lo “schiavo”.
Se lo guardiamo soltanto dal punto di vista della notorietà, potrebbe sembrare tempo perduto.
Non lo è stato affatto. Anzi.
È probabilmente una delle esperienze sulle quali si è costruita la sua carriera successiva.
Scrivere senza firma per imparare a scrivere meglio
Immaginiamo cosa significhi per un giovane autore produrre continuamente battute, scene, dialoghi e situazioni senza poter trasformare immediatamente quel lavoro in notorietà personale.
Significa essere costretto a concentrarsi quasi esclusivamente sul mestiere.
Capire perché una battuta funziona.
Capire quando un personaggio è credibile.
Imparare il ritmo.
Osservare ciò che fanno gli altri.
Vedere cosa sopravvive di un’idea quando passa attraverso attori, registi e produzione.
È una forma di apprendistato durissima, ma estremamente fertile.
Ed è probabilmente anche una delle ragioni per cui il cinema di Scola dimostrerà una tale capacità di costruire personaggi.
Prima di poter firmare pienamente le proprie storie, Scola ha imparato a costruirle.
Gli incontri che aprono la strada
Ma la gavetta produce anche un secondo effetto.
Scola entra in contatto con alcuni dei protagonisti più importanti dello spettacolo e del cinema italiano.
Lavora.
Conosce.
Collabora.
Si fa conoscere.
È uno di quei casi in cui diventa evidente quanto una carriera artistica non sia costruita soltanto sul talento individuale.
Esistono anche gli ambienti.
Le redazioni.
Le collaborazioni.
Le occasioni.
Le persone che incontriamo mentre ancora non siamo nessuno.
La mostra documenta molto bene proprio questo tessuto di relazioni.
E forse la storia professionale di Scola permette di leggere la parola gavetta in maniera diversa da come siamo abituati a farlo.
Non soltanto come attesa del successo.
Ma come il periodo durante il quale si acquisiscono gli strumenti e si incontrano le persone che renderanno possibile quel successo.
Per chi oggi cerca una strada nel cinema, nella fotografia, nella scrittura o più generalmente nelle professioni creative, questo è probabilmente uno dei messaggi più contemporanei dell’intera esposizione.
Dal lavoro invisibile alla regia
Quando Scola arriva alla regia, quindi, non parte da zero.
Ha già passato anni a inventare.
Ha scritto per altri.
Ha osservato attori.
Ha frequentato sceneggiatori.
Ha conosciuto registi.
Ha imparato a riconoscere ciò che rende efficace una situazione.
Quando finalmente passa dietro la macchina da presa porta con sé tutto questo.
È qui che la mostra diventa particolarmente interessante.
Guardando la carriera a posteriori rischiamo sempre di conoscere soltanto il risultato.
Il grande nome.
I premi.
I film.
Gli attori famosi.
Palazzo Braschi, invece, permette almeno in parte di ricostruire quello che viene prima.
E il “prima” di Ettore Scola è sorprendentemente lungo.
L’uomo, l’artista e Roma raccontati attraverso gli oggetti
La quantità di materiale conservato dalla famiglia Scola è impressionante.
Nelle sale compaiono manoscritti, sceneggiature, riviste, appunti, disegni, ciak, sedie da regista e la macchina da scrivere.
Ci sono gli occhiali.
Ci sono abiti, il cardigan, la sciarpa.
Ci sono moltissime vignette.
Oggetti che, presi singolarmente, potrebbero sembrare semplici cimeli ma che insieme costruiscono qualcosa di simile a una biografia tridimensionale.
La sensazione è quella di entrare più nello studio e nella memoria di Ettore Scola che dentro la sua filmografia.
E sono soprattutto le vignette a tenere insieme le tre sezioni.
Scola non smise di disegnare una volta diventato sceneggiatore.
E non smise quando diventò regista.
Il disegno rimase uno strumento per osservare, sintetizzare e raccontare.
Le vignette come sceneggiature visive
È probabilmente questo l’aspetto della mostra più interessante anche per chi si occupa di narrazione attraverso le immagini.
I bozzetti possono essere letti come vere e proprie sceneggiature visive.
Prima ancora di costruire una scena, Scola studia tic, posture, facce, sproporzioni e debolezze.
In altre parole, studia il personaggio.
È una lezione che riguarda direttamente anche la fotografia narrativa.
Possiamo possedere una luce perfetta, una macchina fotografica straordinaria e una composizione impeccabile.
Ma se non abbiamo capito la persona che abbiamo davanti, probabilmente abbiamo soltanto costruito una bella fotografia.
Scola sembra partire esattamente dal punto opposto.
Prima viene l’essere umano.
L’immagine arriverà dopo.
E forse proprio gli anni trascorsi a scrivere nell’ombra hanno contribuito a rafforzare questa capacità.
Quando non puoi affidarti alla notorietà del tuo nome, deve funzionare quello che inventi.
“Brutti, sporchi e cattivi”: il manifesto di uno sguardo sull’umanità
Per comprendere questo modo di guardare le persone, Brutti, sporchi e cattivi rimane probabilmente uno dei film più emblematici.
È un’opera durissima.
Nino Manfredi interpreta Giacinto Mazzatella, patriarca di una gigantesca famiglia che vive in una baraccopoli romana.
Non c’è alcuna volontà di nobilitare automaticamente la povertà.
I personaggi possono essere avidi, violenti, egoisti, grotteschi.
Scola non sembra chiedere allo spettatore di amarli.
Chiede piuttosto di guardarli.
L’umanità non viene raccontata attraverso quello che dovrebbe essere ma attraverso quello che è.
È probabilmente una delle caratteristiche più interessanti del suo cinema.
Non eliminare le contraddizioni di un personaggio per renderlo più facilmente leggibile.
Accettarlo nella sua complessità.
Lo stesso meccanismo attraversa molti dei protagonisti costruiti nel corso della carriera, compresi quelli nati dalle collaborazioni con interpreti come Alberto Sordi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni.
La mostra dedica molto spazio proprio agli incontri professionali e alle amicizie con gli interpreti.
Da questo punto di vista la pannellistica è ricca e molto completa.
Meno approfondito, invece, è il carattere privato di Scola.
Alla fine della visita conosciamo molto bene il suo percorso artistico, le frequentazioni e il metodo di lavoro.
Conosciamo un po’ meno l’uomo nel senso più intimo del termine.
“1943-1997”: nove minuti per raccontare cinquant’anni
Durante la visita una breve sequenza mi ha particolarmente colpito.
Un bambino fugge da un rastrellamento.
Corre per Roma.
Trova rifugio dentro un cinema.
Sul grande schermo iniziano a passare le immagini del cinema italiano.
Il tempo scorre attraverso i film.
Quando le luci si riaccendono, quel bambino è diventato un uomo anziano.
A quel punto un altro ragazzo entra di corsa nella sala.
È nero.
E sembra vivere una situazione che richiama esattamente quella vissuta molti anni prima dal protagonista.
Quella sequenza ha un titolo preciso: “1943-1997”.
È un cortometraggio realizzato da Ettore Scola nel 1997.
La prima parte è ambientata durante il rastrellamento del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943.
Il cinema diventa fisicamente un rifugio.
Poi diventa memoria.
Infine diventa uno strumento per collegare epoche e persecuzioni differenti.
È anche un esempio straordinariamente efficace della capacità di Scola di comprimere un pensiero molto complesso dentro una struttura narrativa semplicissima.
Pochi minuti.
Un cinema.
Due ragazzi.
Cinquant’anni di distanza.
Una storia che si ripete.
E si ripete ancora oggi, a parti invertite.
È precisamente quella capacità di sintesi che sembra collegare il giovane vignettista al grande regista.
Ettore Scola visto da un fotografo
Ed eccoci al punto che, per FotoNarrando, diventa inevitabile.
Quanto è interessante questa mostra per un fotografo?
Molto, se intendiamo la fotografia come racconto.
Molto meno, se intendiamo la fotografia come linguaggio visivo.
Le fotografie di repertorio permettono di osservare Scola sul set e alcune immagini mostrano un gesto che oggi rischiamo quasi di dimenticare: il regista che porta fisicamente l’occhio alla macchina da presa per controllare l’inquadratura.
Nelle immagini di set più datate non c’è il rapporto mediato con un monitor che caratterizza molte produzioni contemporanee.
C’è il regista vicino alla macchina.
C’è l’occhio.
C’è il fotogramma.
Avrei però voluto vedere molto di più.
Quello che manca: più fotogrammi, più set, più cinema
Per una mostra dedicata a uno dei più importanti registi italiani, la componente fotografica e cinematografica appare sorprendentemente marginale.
I materiali video esistono, ma nell’economia dell’allestimento pesano molto meno delle carte e degli oggetti.
Manca soprattutto una vera lettura del cinema di Scola attraverso i suoi fotogrammi.
Avrei voluto vedere sequenze scomposte.
Inquadrature.
Rapporti tra personaggi e spazio.
Fotografie di scena.
Scelte di luce.
Il lavoro con i direttori della fotografia.
La costruzione visuale di film radicalmente diversi.
Una giornata particolare emerge più chiaramente, mentre complessivamente l’immagine cinematografica rimane subordinata alla biografia.
È una scelta legittima. Ma va conosciuta prima di entrare.
Questa è soprattutto una mostra sull’uomo che costruiva quelle storie, molto meno sulle immagini attraverso le quali quelle storie sono diventate cinema.
Anche l’ultimo saluto a Scola avrebbe meritato più immagini
C’è un’altra assenza che mi ha colpito.
Nel gennaio 2016 Roma salutò Ettore Scola alla Casa del Cinema di Villa Borghese con una cerimonia laica.
Un momento che racconta molto della persona e del rapporto tra Scola, Roma e il mondo del cinema.
Eppure nel percorso che ho visitato non ho trovato una restituzione fotografica capace di dare a quell’evento il peso narrativo che avrebbe meritato.
È quasi paradossale per una mostra che dedica una delle sue tre grandi sezioni proprio al rapporto tra Scola e Roma.
Mostra Ettore Scola a Palazzo Braschi: orari e biglietti
“Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati” è visitabile al Museo di Roma – Palazzo Braschi, con ingresso da Piazza San Pantaleo 10 e Piazza Navona 2, fino al 13 settembre 2026.
La mostra è aperta dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Il lunedì il museo è chiuso.
Il biglietto per la sola mostra costa 11 euro intero e 9 euro ridotto.
Il biglietto cumulativo Museo di Roma più mostra costa 19 euro intero e 13 euro ridotto.
Tra le categorie che hanno diritto al biglietto ridotto figurano anche i giornalisti, previa esibizione della documentazione professionale richiesta.
Vale la pena vedere la mostra di Ettore Scola a Roma?
Alla fine torno alla domanda iniziale.
Forse sì, ma bisogna sapere cosa si sta andando a vedere.
Se vi interessa la storia del cinema italiano, la risposta è decisamente sì.
Se vi interessa comprendere come un giovane vignettista sia diventato prima sceneggiatore e poi uno dei grandi registi italiani, sì.
Se volete vedere cosa può esserci dietro una carriera che a posteriori appare inevitabilmente destinata al successo, probabilmente ancora di più.
Perché la mostra ricorda qualcosa che tendiamo facilmente a dimenticare.
Prima dei film celebri ci sono stati anni di lavoro.
Prima della firma riconoscibile, lavori firmati da altri.
Prima dei grandi attori, le redazioni e gli incontri.
Prima della regia, la scrittura.
Prima del successo, l’apprendistato.
E’ proprio questa traiettoria la parte che mi ha interessato maggiormente.
Un uomo promettente accetta per lungo tempo di inventare senza poter firmare pienamente quello che inventa.
Ma, mentre lo fa, impara.
E soprattutto incontra persone.
Quelle esperienze e quei rapporti gli apriranno progressivamente una strada verso una professione che si rivelerà brillante e di enorme successo.
Da questo punto di vista “Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati” non racconta soltanto un grande regista.
Racconta come si diventa un grande regista.
Se invece cercate una mostra sulla fotografia cinematografica, sull’inquadratura, sulla luce o più generalmente sulla comunicazione visiva dei film di Scola, probabilmente uscirete con la sensazione che manchi qualcosa.
Per me il punto più interessante rimane proprio questo.
La mostra insegna molto meno a vedere di quanto insegni a osservare, imparare e aspettare il proprio momento.
Scola osservava gli esseri umani prima di raccontarli.
Ha scritto molto prima di poter firmare tutto quello che scriveva.
Ha incontrato persone mentre costruiva il proprio mestiere.
E quando finalmente è arrivato dietro la macchina da presa non era più soltanto un uomo promettente.
Era un autore che aveva già passato anni a studiare come funzionano le storie e, soprattutto, come funzionano gli esseri umani.
Per chi si occupa di fotografia narrativa, forse la vera lezione da portare a casa da Palazzo Braschi non riguarda quindi una macchina fotografica.
Riguarda tutto quello che accade prima dello scatto.
FAQ sulla mostra di Ettore Scola a Roma
Dove si trova la mostra di Ettore Scola?
La mostra “Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati” si trova al Museo di Roma a Palazzo Braschi, tra Piazza San Pantaleo e Piazza Navona.
Fino a quando è aperta?
La mostra è visitabile fino al 13 settembre 2026.
Quanto costa il biglietto?
Il biglietto per la sola mostra costa 11 euro intero e 9 euro ridotto. È disponibile anche il biglietto cumulativo con il Museo di Roma.
È una mostra fotografica?
No. È principalmente una mostra biografica e documentaria, ricca di manoscritti, vignette, sceneggiature, oggetti personali e materiali d’archivio. Fotografie e video hanno un ruolo secondario.
Perché è importante la gavetta di Ettore Scola?
Perché prima di diventare regista Scola trascorse anni scrivendo, collaborando e talvolta lavorando senza firma. Quelle esperienze gli permisero di perfezionare il mestiere e di entrare in contatto con importanti protagonisti del cinema italiano, costruendo progressivamente il percorso che lo avrebbe portato alla regia.
Qual è il cortometraggio con il bambino che fugge dal rastrellamento?
È “1943-1997”, cortometraggio diretto da Ettore Scola nel 1997. Un bambino fugge dal rastrellamento del Ghetto di Roma, si rifugia in un cinema e attraversa attraverso i film cinquant’anni di storia italiana.
La mostra è interessante per un fotografo?
Soprattutto dal punto di vista dello storytelling, dell’osservazione e della costruzione dei personaggi. Molto meno se si cercano approfondimenti sulla fotografia cinematografica, sulla luce o sulla composizione delle immagini.
La lezione di Ettore Scola
Forse è questo il modo migliore per uscire dalla mostra.
Non cercando una formula visiva da replicare.
Ma ricordando che una storia comincia molto prima dello scatto.
E una carriera comincia molto prima del successo.
Comincia mentre impariamo.
Mentre lavoriamo.
Mentre osserviamo chi è più avanti di noi.
Mentre incontriamo persone.
A volte persino mentre qualcun altro firma quello che abbiamo scritto.
La storia di Ettore Scola dimostra quanto quel tempo apparentemente invisibile possa diventare parte essenziale della formazione di un autore.
E forse questa è la cosa più preziosa che ho trovato a Palazzo Braschi.
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