Mostra Ettore Scola a Roma 2026: a Palazzo Braschi il racconto di come nasce un grande autore
La macchina da scrivere, gli occhiali, un cardigan, una sciarpa, pagine di appunti, sceneggiature e soprattutto un numero quasi inesauribile di vignette. Visitando “Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati”, ospitata al Museo di Roma a Palazzo Braschi dal 2 maggio al 13 settembre 2026, si capisce abbastanza presto quale sia stata la scelta dei curatori Silvia Scola e Alessandro Nicosia: raccontare il regista partendo dall’uomo e dal lavoro che lo ha preceduto.
È una mostra biografica, prima ancora che cinematografica. Ricchissima di documenti e reperti, molto meno di fotografie e filmati. Chi entra aspettandosi una rilettura visiva dei film, fatta di fotogrammi, sequenze, fotografia di scena, luce e costruzione dell’inquadratura, trova poco materiale su cui soffermarsi. Chi invece vuole capire come Ettore Scola sia diventato Ettore Scola trova probabilmente la parte migliore dell’esposizione.
Ed è proprio questa, alla fine, la cosa che mi ha colpito di più.
Prima della firma: la lunga gavetta di Ettore Scola
Quando conosciamo un autore attraverso i film che lo hanno reso celebre tendiamo inevitabilmente a guardarne la carriera a ritroso. C’eravamo tanto amati, Brutti, sporchi e cattivi, Una giornata particolare, La famiglia: i titoli arrivano prima di tutto il resto e finiscono per dare al successo un’apparenza quasi inevitabile.
La mostra di Palazzo Braschi racconta invece molto bene ciò che viene prima.
Scola, giovanissimo, entra nella redazione del Marc’Aurelio, uno dei più importanti periodici satirici italiani. Disegna, scrive, incontra persone. È dentro quell’ambiente che comincia ad avvicinarsi alla sceneggiatura e al cinema.
Poi arriva una gavetta che oggi può sembrare quasi inconcepibile: scrivere materiale destinato a essere firmato da altri.
Nel gergo dell’epoca questi giovani collaboratori venivano indicati con un termine oggi giustamente inaccettabile, “negri”: autori che producevano gag, situazioni e dialoghi senza comparire nei titoli. Scola stesso ricordò di aver lavorato in questo modo.
È il passaggio dell’intera mostra sul quale mi sono fermato più a lungo.
Perché significa accettare di inventare senza poter mettere il proprio nome su ciò che si è inventato. Scrivere battute, situazioni e personaggi sapendo che il riconoscimento pubblico andrà ad altri. E tuttavia proprio quel lavoro, apparentemente invisibile, gli permette di imparare il mestiere e di frequentare persone che avevano già un ruolo importante nel cinema italiano.
La parte che mi ha maggiormente colpito è proprio questa: un giovane autore promettente accetta di scrivere senza poter firmare ciò che inventa, ma proprio attraverso quel lavoro entra in contatto con personalità decisive per la sua formazione e per la carriera che verrà.
Quella gavetta non appare allora come un tempo vuoto da attraversare prima di arrivare al successo. È il luogo nel quale il mestiere prende forma.
Scola scrive. Guarda come lavorano gli altri. Vede cosa accade a una pagina quando passa nelle mani di un regista e poi di un attore. Frequenta sceneggiatori, autori, comici. Costruisce rapporti.
E intanto continua a disegnare.
Non c’è alcuna garanzia che un apprendistato simile conduca al successo. Nel suo caso, però, quelle esperienze diventano una scuola e gli aprono progressivamente l’accesso a una professione nella quale dimostrerà tutto il proprio valore.
Il Marc’Aurelio e l’abitudine a osservare le persone
Il passaggio dal disegno alla sceneggiatura, e poi dalla sceneggiatura alla regia, è forse la parte più convincente dell’impianto della mostra.
Le vignette occupano molto spazio. Non sono un semplice antefatto giovanile da sistemare all’inizio della biografia per poi passare alle cose “serie”. Scola continuò a disegnare anche quando era ormai sceneggiatore e regista.
I suoi bozzetti diventano quasi sceneggiature visive: servono a studiare volti, posture, tic, sproporzioni e debolezze.
La vignetta costringe a scegliere. Bisogna osservare una persona e trovare in pochi tratti ciò che la distingue: un atteggiamento, un difetto, un’espressione, un comportamento. La deformazione satirica funziona soltanto quando parte da qualcosa di riconoscibile.
Nel cinema di Scola quello sguardo rimane.
I suoi personaggi raramente sono ripuliti delle proprie contraddizioni per risultare più simpatici. Possono essere meschini, generosi, ridicoli, crudeli, fragili. Talvolta tutte queste cose insieme.
“Brutti, sporchi e cattivi” e un’umanità senza abbellimenti
Da questo punto di vista Brutti, sporchi e cattivi è forse uno degli esempi più chiari.
È un film crudo, a tratti sgradevole. Nino Manfredi interpreta Giacinto Mazzatella, capofamiglia di una moltitudine di parenti stipati in una baracca della periferia romana.
Scola non rende automaticamente nobili i personaggi perché sono poveri. Non li trasforma in figure edificanti. Li lascia essere avidi, violenti, grotteschi, opportunisti, ma anche riconoscibilmente umani.
È una scelta che dice molto del suo modo di raccontare.
Non sembra interessato a dividere facilmente i personaggi tra buoni e cattivi. Gli interessa piuttosto conservarne le contraddizioni.
La stessa capacità di osservazione si ritrova nel lavoro con alcuni dei maggiori interpreti del cinema italiano. La mostra dedica ampio spazio agli attori, alle amicizie e ai rapporti professionali costruiti negli anni: Alberto Sordi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni e molti altri entrano così nella biografia di Scola anche attraverso relazioni che superano il singolo film.
La pannellistica, sotto questo aspetto, è completa e ricca di informazioni.
Meno indagato mi è sembrato invece il carattere privato del regista. Alla fine della visita si conoscono bene la formazione, le collaborazioni e la rete di rapporti professionali. È più difficile ricostruire la persona nei suoi aspetti meno pubblici.
Una mostra costruita con documenti e oggetti
A Palazzo Braschi il materiale è davvero abbondante: manoscritti, sceneggiature originali, appunti personali, articoli, riviste, disegni, bozzetti, sedie da regista, ciak e la macchina da scrivere.
Ci sono poi gli oggetti più personali: gli occhiali, gli abiti, il cardigan, la sciarpa.
La quantità di reperti aiuta a ricostruire la quotidianità del lavoro. In alcuni momenti si ha quasi l’impressione di trovarsi davanti a un archivio aperto piuttosto che a una mostra di cinema.
Ed è insieme il suo pregio e il suo limite.
Per chi vuole approfondire la biografia di Scola, il materiale è notevole. Per chi cerca invece il cinema attraverso le immagini, l’equilibrio è molto diverso.
“1943-1997”: la sequenza che mi era rimasta in mente
C’è però un filmato che durante la visita mi ha colpito particolarmente e che, uscito dalla mostra, ho voluto identificare con precisione.
Ricordavo un bambino in fuga durante un rastrellamento. Entra in un cinema e trova riparo. Sullo schermo scorrono decenni di cinema italiano. Il tempo passa e quel bambino diventa anziano. Poi entra nella stessa sala un giovane africano in fuga, richiamando quasi esattamente la situazione vissuta dal protagonista molti anni prima.
Non è una scena tratta da uno dei lungometraggi più celebri di Scola.
È 1943-1997, un cortometraggio realizzato nel 1997. La vicenda parte dal rastrellamento degli ebrei nel Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943. Il bambino si rifugia in una sala cinematografica e, mentre guarda lo schermo, cinquant’anni di cinema scorrono davanti a lui. Quando la sala torna alla sua contemporaneità, l’uomo ormai anziano incontra un ragazzo africano a sua volta in fuga.
È forse uno dei momenti nei quali il metodo di Scola diventa più evidente.
Pochi elementi, nessun bisogno di spiegare troppo, due persone separate da mezzo secolo e una situazione che ritorna sotto un’altra forma.
Il cinema, nel frattempo, è stato rifugio, memoria e misura del tempo.
Cosa offre davvero la mostra a un fotografo
È qui che, per FotoNarrando, arriva inevitabilmente la domanda che mi interessa di più: che cosa rimane di questa mostra a chi fotografa?
Dal punto di vista strettamente fotografico, poco.
Ci sono immagini di repertorio e fotografie di set interessanti. In alcune si vede Scola controllare l’inquadratura direttamente alla macchina da presa, una relazione fisica con il mezzo molto diversa da quella che oggi passa spesso attraverso i monitor di controllo.
Ma il materiale fotografico non ha un peso sufficiente per costruire una vera analisi dell’immagine cinematografica di Scola.
Avrei voluto trovare più fotogrammi.
Più sequenze messe a confronto.
Il rapporto tra macchina da presa e attori.
Le scelte di luce.
La costruzione dello spazio.
Il lavoro con i direttori della fotografia.
Il modo in cui Roma cambia da un film all’altro.
Su questo terreno la mostra dice poco.
Persino con un film come Una giornata particolare, dove immagine, colore, spazio e movimento della macchina hanno un ruolo evidente, l’attenzione rimane soprattutto biografica e documentaria.
Non considero questa impostazione un errore: è una scelta curatoriale precisa. Però determina il tipo di visita.
Molto racconto, poca analisi dell’immagine
Il paradosso è interessante.
Scola è un regista, dunque un autore che ha lavorato per immagini, ma a Palazzo Braschi viene raccontato soprattutto attraverso ciò che sta prima dell’immagine: scrittura, disegno, appunti, incontri, personaggi.
Per un fotografo è proprio questo il punto che salva la visita.
Non si esce con molte indicazioni sulla tecnica o sulla composizione. Si esce piuttosto con una domanda sul modo in cui costruiamo le persone che fotografiamo.
Scola sembra ricordare che un personaggio non nasce davanti alla macchina da presa. Prima bisogna averlo guardato.
La sua formazione da vignettista conta proprio per questo. E contano ancora di più gli anni trascorsi a scrivere situazioni e dialoghi senza essere al centro della scena.
Prima dell’inquadratura c’è l’osservazione. Prima del film c’è la scrittura. Prima della firma c’è stato il mestiere.
Roma, Scola e un’assenza che si sente
Una delle tre sezioni della mostra è dedicata al rapporto con Roma, città nella quale Scola è cresciuto e che attraversa gran parte della sua filmografia.
Proprio qui ho avvertito un’assenza.
Dopo la morte del regista, nel gennaio 2016, la Casa del Cinema ospitò la camera ardente e poi una grande cerimonia laica. Scola non aveva voluto funerali religiosi e il saluto nella sua Roma riunì familiari, amici e molti protagonisti del cinema.
Mi sarebbe piaciuto trovare una documentazione fotografica più ampia di quel momento.
Perché raccontava insieme l’uomo, Roma, il cinema e quella rete di rapporti che la mostra ricostruisce così attentamente in altri passaggi.
Vale la pena vedere la mostra di Ettore Scola?
La risposta dipende molto da ciò che si cerca.
Per chi è interessato alla storia del cinema italiano, alla formazione di Ettore Scola, alla sceneggiatura, alla satira del Marc’Aurelio e al modo in cui una lunga serie di incontri può accompagnare la crescita professionale di un autore, la mostra ha molto da offrire.
Per chi cerca soprattutto fotografia, linguaggio cinematografico, luce e analisi delle immagini, decisamente meno.
La mia chiave di lettura, alla fine, rimane la gavetta.
È facile interessarsi a Ettore Scola quando Ettore Scola è già diventato uno dei grandi nomi del cinema italiano. Molto più interessante è guardare il ragazzo che disegna per il Marc’Aurelio, accetta di scrivere senza firma, osserva chi gli sta intorno e continua a lavorare mentre il suo nome ancora non conta abbastanza.
È lì che la mostra, secondo me, trova il suo racconto migliore.
Non perché quel lavoro invisibile garantisse ciò che sarebbe venuto dopo. Ma perché gli ha dato mestiere, conoscenze, occasioni e soprattutto tempo per osservare.
Quando arriverà dietro la macchina da presa, Scola avrà già trascorso anni a costruire personaggi.
Per chi fotografa, è forse questa la parte più utile da portarsi dietro.
Una macchina fotografica può insegnarci molto sull’immagine. Non ci insegna chi abbiamo davanti.
Quello bisogna imparare a guardarlo prima.
FAQ sulla mostra “Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati”
Quando si è svolta la mostra di Ettore Scola a Palazzo Braschi?
La mostra “Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati” si è tenuta al Museo di Roma a Palazzo Braschi dal 2 maggio al 13 settembre 2026, nel decennale della scomparsa del regista.
Chi ha curato la mostra?
Il progetto è stato curato da Silvia Scola e Alessandro Nicosia.
Com’era organizzata?
Il percorso era suddiviso in tre sezioni principali: L’uomo, L’artista e Roma, ricostruendo la formazione, il lavoro, le relazioni professionali e il rapporto del regista con la città.
È stata una mostra fotografica?
No. Fotografie e filmati erano presenti, ma il nucleo dell’esposizione era costituito soprattutto da documenti, vignette, manoscritti, sceneggiature, appunti e oggetti personali.
Perché la gavetta di Ettore Scola è importante?
Perché prima di affermarsi come sceneggiatore e regista Scola lavorò anche come autore non accreditato. Quell’esperienza gli permise di esercitarsi nella scrittura, osservare il lavoro degli altri ed entrare in contatto con figure già importanti nel cinema italiano.
Che cos’è “1943-1997”?
1943-1997 è un cortometraggio realizzato da Ettore Scola nel 1997. Parte dal rastrellamento del Ghetto di Roma del 1943 e utilizza una sala cinematografica per mettere in relazione cinquant’anni di storia, memoria e cinema italiano.
La mostra è interessante per un fotografo?
Soprattutto per ciò che suggerisce sull’osservazione delle persone e sulla costruzione dei personaggi. Molto meno per chi cerca un approfondimento specifico sulla fotografia cinematografica, sulla luce o sulla composizione dell’inquadratura.
Ettore Scola prima di Ettore Scola
Ripensando alla visita, non sono la macchina da scrivere o gli altri cimeli a rimanermi maggiormente impressi.
È il lavoro senza firma.
Quel periodo nel quale Scola scrive mentre il riconoscimento appartiene ancora ad altri. Intanto frequenta una redazione, conosce persone, ascolta, osserva, impara e continua a disegnare.
Poi arriveranno i film, gli attori, i premi e il successo.
Palazzo Braschi, almeno per me, è stato interessante soprattutto perché permetteva di fermarsi qualche passo prima.
Quando il grande regista ancora non c’era, ma si stava già formando l’uomo che sarebbe diventato.
Su FotoNarrando.it continuo a raccontare mostre, autori e immagini partendo da ciò che rimane dopo la visita: quello che funziona, quello che manca e ciò che può servire a chi usa la fotografia per raccontare.












