venerdì, Ottobre 16 2026

Moda in Luce Roma 2026: orari, biglietti e cosa vedere

La mostra Moda in Luce 1955-1975. Roma fra glamour e innovazione industriale è visitabile alla Centrale Montemartini di Roma fino al 15 novembre 2026. Curata da Fabiana Giacomotti, riunisce 150 fotografie d’epoca, cinque postazioni video, documenti, tessuti e 27 abiti originali, raccontando vent’anni nei quali Roma divenne uno dei centri internazionali della moda, del cinema e di quello che avrebbe conquistato il mondo con il nome di Made in Italy.

Ma entrando alla Centrale Montemartini mi sono accorto abbastanza presto che questa non è soltanto una mostra sulla moda.

È anche una mostra su come la fotografia abbia costruito l’immaginario della moda.

Ed è probabilmente questo l’aspetto che mi ha interessato di più.

Sono andato a visitarla cercando di capire non soltanto quali abiti indossassero Sophia Loren, Audrey Hepburn, Anita Ekberg o Claudia Cardinale, ma soprattutto come venissero fotografati i divi quando ancora non sembrava necessario trasformarli continuamente in figure irraggiungibili.

Guardando quelle immagini mi sono trovato davanti a un modo di raccontare la celebrità molto diverso da quello al quale siamo abituati oggi.

I protagonisti sono straordinari. I loro atteggiamenti, invece, appaiono spesso sorprendentemente normali.

Ed è forse proprio questa distanza ridotta fra il personaggio famoso e chi guarda una delle cose più interessanti di Moda in Luce.

Moda in Luce è quindi anche una mostra fotografica sulla moda a Roma: le immagini dell’Archivio Luce non accompagnano semplicemente gli abiti esposti, ma mostrano quanto fotografia, cinema e stampa abbiano contribuito alla costruzione internazionale del Made in Italy.

Moda in Luce 1955-1975 alla Centrale Montemartini: date, orari e biglietti

La mostra Moda in Luce 1955-1975. Roma fra glamour e innovazione industriale è ospitata ai Musei Capitolini – Centrale Montemartini, in Via Ostiense 106, dal 26 giugno al 15 novembre 2026.

È visitabile dal martedì alla domenica dalle 9.00 alle 19.00, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Il lunedì il museo è chiuso.

Il biglietto cumulativo per Centrale Montemartini e mostra Moda in Luce costa 14,50 euro intero e 10 euro ridotto per i non residenti.

Sono previste gratuità secondo la tariffazione vigente, compreso l’accesso per i possessori della MIC Card e per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana nelle condizioni indicate dal museo.

Prima della visita consiglio comunque di controllare eventuali variazioni di orari, tariffe o modalità di accesso sul sito ufficiale della Centrale Montemartini.

Come arrivare alla Centrale Montemartini

La Centrale Montemartini si trova in Via Ostiense 106, Roma.

La fermata della metropolitana più comoda è Garbatella, linea B. Da lì il museo si raggiunge con una breve passeggiata.

Un dettaglio può essere utile a chi arriva per la prima volta: l’ingresso del museo si trova all’interno del complesso dell’ex centrale elettrica e non si presenta immediatamente come il normale ingresso di un museo affacciato sulla strada.

Quanto tempo serve per vedere Moda in Luce?

Per attraversare rapidamente il percorso può bastare relativamente poco.

Io, però, non programmerei una visita inferiore a un’ora e mezza.

Chi ama fotografia, cinema o moda probabilmente finirà per fermarsi davanti alle immagini, guardare i filmati, leggere i documenti e soprattutto confrontare le fotografie storiche con gli abiti reali.

Ed è proprio in questi confronti che, secondo me, la mostra diventa più interessante.

Cosa si vede nella mostra Moda in Luce 1955-1975

Il cuore dell’esposizione è costituito dal patrimonio dell’Archivio storico Luce, attraverso il quale si ricostruisce un momento nel quale moda, cinema, industria e costume cominciano a intrecciarsi in maniera particolarmente fertile.

Nel percorso sono presenti 150 fotografie d’epoca, cinque postazioni video, documenti, tessuti e 27 abiti originali, molti dei quali raramente esposti.

Compaiono alcuni dei nomi fondamentali della moda italiana: Valentino Garavani, Karl Lagerfeld per Fendi, Sorelle Fontana, Fernanda Gattinoni, Roberto Capucci, Irene Galitzine, Renato Balestra, Pino Lancetti, Emilio Federico Schuberth, Angelo Litrico, Caraceni e Laura Biagiotti, insieme ad altri protagonisti che oggi il grande pubblico ricorda meno facilmente.

E poi c’è il cinema.

Sophia Loren, Audrey Hepburn, Elizabeth Taylor, Lucia Bosè, Anita Ekberg, Anna Magnani, Ingrid Bergman, Sean Connery e molti altri attraversano continuamente il racconto.

La sensazione è che per alcuni anni Roma sia stata contemporaneamente set cinematografico, passerella, atelier e gigantesco studio fotografico a cielo aperto.

Come fotografavamo le persone famose prima dei social?

Visitando la mostra di Robert Mapplethorpe all’Ara Pacis mi ero concentrato soprattutto sulla costruzione tecnica delle immagini.

Dove mette la luce?

Perché taglia il corpo in quel punto?

Come modella un volto?

Quanto conta la geometria nella costruzione del ritratto?

Davanti alle fotografie di Moda in Luce la domanda è cambiata.

Mi sono chiesto:

che rapporto costruisce questa fotografia fra il personaggio famoso e chi la guarda?

Ed è qui che ho percepito una differenza notevole rispetto a molta fotografia contemporanea.

Oggi la comunicazione della moda e quella delle celebrità sembrano spesso cercare una distanza.

Il personaggio deve apparire eccezionale. La modella deve diventare quasi una creatura appartenente a un altro mondo.

Location, styling, luce, postproduzione, nitidezza e marchi contribuiscono spesso alla costruzione di quella distanza.

Molte fotografie esposte alla Centrale Montemartini sembrano invece procedere nella direzione opposta.

Avvicinano il divo allo spettatore.

Non eliminano il glamour.

Lo rendono umano.

Quando i divi potevano ancora sembrare persone

È forse l’impressione che mi è rimasta più chiaramente dopo la visita.

Le fotografie raccontano persone famosissime, abiti straordinari e ambienti entrati nella storia del cinema e della moda.

Eppure molto spesso non percepisco la necessità di gridare continuamente:

guardate quanto è irraggiungibile questa persona.

Il divo rimane tale anche quando il gesto è normale.

Il vestito rimane importante anche quando la fotografia non sembra costruita esclusivamente per venderlo.

Forse è proprio per questo che alcune immagini riescono ancora oggi a essere così eleganti.

Non hanno bisogno di dimostrare continuamente la propria eleganza.

Prima del culto della nitidezza

Da fotografo mi ha colpito anche un altro aspetto.

Oggi possiamo osservare una fotografia ingrandendola al cento per cento sul monitor e discutere se un occhio sia perfettamente nitido, se un obiettivo abbia risolto abbastanza dettaglio o se il sensore produca troppo rumore.

È un esercizio tecnicamente legittimo.

Qualche volta, però, rischia di farci dimenticare la fotografia.

Molte immagini presenti in Moda in Luce appartengono evidentemente a un’altra cultura visiva.

La nitidezza non sembra essere necessariamente il parametro dominante.

Conta il momento.

Conta la persona.

Conta il gesto.

Conta quello che sta accadendo.

Conta soprattutto la capacità dell’immagine di raccontare qualcosa.

Questo non significa che la tecnica non fosse importante. Significa piuttosto che sembra rimanere al servizio della fotografia invece di diventarne l’argomento principale.

È una differenza sulla quale vale la pena riflettere.

Dove sono finiti i loghi?

C’è poi un particolare che diventa evidente soprattutto confrontando quelle immagini con molta fotografia di moda contemporanea.

I marchi non hanno bisogno di occupare il fotogramma.

Naturalmente stiamo parlando di grandi sartorie e di un’industria che si sta affermando anche commercialmente.

Il mercato esiste.

Ma spesso emerge dal contesto.

Un Valentino deve essere riconoscibile perché è un Valentino.

Un abito delle Sorelle Fontana deve avere forza per ciò che è.

Non perché il nome della maison occupi metà dell’immagine.

Oggi siamo abituati a una cultura visiva nella quale il logo può diventare esso stesso protagonista della fotografia.

Guardando immagini degli anni Cinquanta e Sessanta mi sono reso conto di quanto quella necessità fosse meno evidente.

Il prodotto poteva permettersi di essere raccontato.

Non doveva necessariamente essere dichiarato.

Forse perché la gente leggeva ancora?

Mi sono fatto anche una domanda che la mostra non pone esplicitamente e che considero quindi una mia interpretazione.

Quelle fotografie vivevano in un sistema mediatico completamente diverso dal nostro.

Rotocalchi, quotidiani, settimanali illustrati, cinegiornali.

La fotografia non era necessariamente costretta a spiegare tutto da sola nel tempo di uno scroll.

Attorno all’immagine c’erano un titolo, una didascalia, un articolo.

E c’era un pubblico abituato a leggere.

Forse anche per questo una fotografia poteva permettersi di essere meno esplicita.

Non doveva contenere contemporaneamente personaggio, marchio, prodotto, slogan e messaggio commerciale.

Poteva semplicemente mostrare.

E lasciare che fosse il lettore a completare il racconto.

Non so se questa sia una delle ragioni. Ma davanti a queste fotografie è difficile non chiederselo.

La fotografia non documenta soltanto la moda: contribuisce a crearla

Questo, per me, è uno dei passaggi centrali della mostra.

Senza quelle fotografie conosceremmo comunque Valentino, le Sorelle Fontana o Capucci.

Probabilmente, però, non li immagineremmo allo stesso modo.

La fotografia non arriva semplicemente dopo la moda per registrarne l’esistenza.

Partecipa alla costruzione del mito.

Lo stesso vale per il cinema.

Cinecittà porta a Roma attori e produzioni internazionali. Le sartorie vestono quelle star. Le star vengono fotografate. Le fotografie finiscono sui giornali. Le immagini viaggiano.

Roma, a quel punto, non produce soltanto vestiti.

Produce immaginario.

Ed è forse questo uno dei passaggi decisivi per comprendere la nascita e l’affermazione internazionale del Made in Italy.

Il Fiesta di Valentino: quando un colore diventa identità

Fra i capi più significativi della mostra c’è Fiesta di Valentino, modello 77 della prima sfilata del 1959.

È uno degli abiti nei quali compare quel rosso destinato a diventare uno degli elementi più riconoscibili dell’identità della maison.

Guardarlo oggi significa però osservare qualcosa che conosciamo attraverso ciò che è accaduto dopo.

Noi sappiamo cosa diventerà Valentino.

Sappiamo cosa significherà quel rosso.

Nel 1959 quella storia stava invece appena cominciando.

Ed è probabilmente uno dei privilegi offerti da una mostra storica: poter osservare il momento nel quale qualcosa che oggi ci appare quasi inevitabile era ancora soltanto un’intuizione.

Il pijama palazzo di Irene Galitzine e il legame con il cinema

Altro pezzo importante è il pijama palazzo di Irene Galitzine del 1963, strettamente legato all’immagine di Claudia Cardinale e a La pantera rosa di Blake Edwards.

Qui diventa quasi impossibile separare il vestito dalla persona che lo indossa e dal cinema che lo diffonde.

È precisamente uno dei meccanismi raccontati dalla mostra.

Un capo nasce nella moda.

Il cinema gli dà un corpo.

La fotografia gli dà un’immagine.

I media lo trasformano in desiderio.

Quella che chiamiamo moda è quindi il risultato di una rete molto più complessa della semplice creazione sartoriale.

Da Capucci a Fendi: gli abiti come documenti storici

Nel percorso compaiono anche creazioni delle Sorelle Fontana, André Laug, Roberto Capucci, Fendi, Schuberth, Lancetti, Litrico e Caraceni.

È interessante guardarli non soltanto come oggetti belli.

Sono documenti tridimensionali.

Raccontano un modo di muoversi, una società, un’idea di corpo e persino un’idea dei ruoli maschili e femminili.

La moda cambia perché cambia il mondo.

E, in alcuni casi, riesce persino ad anticiparlo.

Non soltanto glamour: la SNIA-Viscosa e la dimensione industriale

Una parte che rischia di essere oscurata dagli abiti e dai divi riguarda la SNIA-Viscosa.

È invece fondamentale.

Il sottotitolo della mostra, Roma fra glamour e innovazione industriale, non è casuale.

Dietro l’eleganza esistono fabbriche.

Esistono ricerca, chimica, nuovi materiali e lavoro.

La storia della moda italiana non è soltanto storia di atelier e passerelle.

È anche storia industriale.

Ed è proprio questo intreccio fra capacità artigianale, creatività e produzione a rendere possibile la trasformazione della moda italiana in un fenomeno internazionale.

Palma Bucarelli: quando la moda incontra l’arte

Un’altra sezione è dedicata a Palma Bucarelli, storica direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

La sua presenza aiuta a comprendere un altro aspetto del periodo raccontato dalla mostra: la moda non vive isolata.

Dialoga con arte, architettura, grafica, fotografia, cinema e design.

Il vestito può diventare contemporaneamente oggetto d’uso, simbolo sociale e ricerca formale.

Da questo punto di vista Moda in Luce funziona bene proprio perché evita di raccontare la storia della moda come una semplice successione di stilisti.

Cerca piuttosto di mostrarne il sistema culturale.

Perché la Centrale Montemartini è il posto giusto per questa mostra

Anche il luogo contribuisce al racconto.

La Centrale Montemartini nasce come centrale elettrica e conserva ancora giganteschi macchinari industriali accanto alla collezione archeologica dei Musei Capitolini.

Dentro questo spazio l’allestimento richiama l’atmosfera di una sartoria romana degli anni Cinquanta e Sessanta.

Il contrasto funziona.

Industria.

Arte antica.

Moda.

Fotografia.

Cinema.

Persino il titolo Moda in Luce finisce per assumere significati diversi.

C’è la luce della fotografia.

C’è l’Archivio Luce.

E c’è una centrale costruita per produrre energia elettrica.

È difficile immaginare un luogo più coerente.

Cosa ho imparato visitando Moda in Luce come fotografo

La mostra non mi ha lasciato uno schema di illuminazione da riprodurre in studio, come in alcuni momenti era accaduto visitando Mapplethorpe.

Mi ha lasciato qualcosa di diverso.

Una domanda sul rapporto fra fotografo e soggetto.

Quanto dobbiamo trasformare una persona per renderla interessante?

Quanto dobbiamo renderla irraggiungibile?

Quanto dipende l’importanza di un’immagine dalla perfezione tecnica e quanto dalla capacità di avvicinarci a ciò che racconta?

E soprattutto:

siamo ancora capaci di fotografare una persona famosa come una persona?

Guardando molte immagini dell’Archivio Luce mi sembra che allora fosse possibile conservare contemporaneamente entrambe le dimensioni.

Il mito e l’essere umano.

Forse è proprio questo equilibrio che oggi abbiamo almeno in parte perduto.

Come consiglio di visitare Moda in Luce se amate la fotografia

Non fermatevi soltanto davanti agli abiti più famosi.

Guardate una fotografia.

Poi guardate l’abito reale.

E tornate alla fotografia.

Chiedetevi che cosa abbia aggiunto il fotografo.

Osservate quanto spazio venga dato alla persona e quanto al vestito.

Guardate se il soggetto appare consapevole della macchina fotografica o se sembra dimenticarla.

Cercate i loghi.

Guardate la nitidezza.

Guardate il gesto.

E provate soprattutto a immaginare la stessa fotografia realizzata oggi.

Quasi certamente sarebbe diversa.

Capire perché sarebbe diversa è uno degli esercizi più interessanti che questa mostra possa offrire.

Vale la pena vedere Moda in Luce 1955-1975 a Roma?

Per me sì.

E non soltanto per chi ama la moda.

La consiglierei a chi si occupa di fotografia, cinema, comunicazione, costume e storia contemporanea.

Gli abiti rappresentano naturalmente uno dei motivi della visita, ma ciò che trovo più interessante è osservare il momento nel quale Roma riesce a mettere insieme una combinazione difficilmente ripetibile di cinema, sartoria, industria, star internazionali, fotografia e stampa.

Per alcuni anni tutte queste cose convivono nello stesso luogo e si alimentano reciprocamente.

Il risultato è qualcosa che ancora oggi chiamiamo Made in Italy.

E le fotografie esposte alla Centrale Montemartini ricordano che quel successo non è stato costruito soltanto con ago e filo.

È stato costruito anche con una macchina fotografica.

FAQ sulla mostra Moda in Luce a Roma

Fino a quando è aperta Moda in Luce 1955-1975?

La mostra è visitabile alla Centrale Montemartini fino al 15 novembre 2026.

Quali sono gli orari?

È aperta dal martedì alla domenica dalle 9.00 alle 19.00, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Il lunedì il museo è chiuso.

Quanto costa il biglietto?

Il biglietto cumulativo per Centrale Montemartini e mostra costa 14,50 euro intero e 10 euro ridotto per i non residenti, fatte salve le gratuità previste dalla tariffazione vigente.

Dove si trova la mostra?

Alla Centrale Montemartini, Via Ostiense 106, Roma.

Qual è la metropolitana più vicina?

La fermata più comoda è Garbatella, Metro B.

Quante fotografie sono esposte?

Il percorso comprende 150 fotografie d’epoca, in gran parte provenienti dall’Archivio storico Luce.

Quanti abiti sono presenti?

Sono esposti 27 abiti originali.

La mostra è interessante anche per chi non si occupa di moda?

Secondo me sì. Il percorso permette di leggere insieme fotografia, cinema, industria, costume e trasformazioni della società italiana fra gli anni Cinquanta e Settanta.

Moda in Luce 1955-1975 a Roma: informazioni essenziali

  • Mostra: Moda in Luce 1955-1975. Roma fra glamour e innovazione industriale
  • Dove: Musei Capitolini – Centrale Montemartini, Via Ostiense 106, Roma
  • Date: 26 giugno – 15 novembre 2026
  • Orari: martedì-domenica, 9.00-19.00
  • Chiusura: lunedì
  • Curatrice: Fabiana Giacomotti
  • Percorso: 150 fotografie, cinque postazioni video, documenti, tessuti e 27 abiti originali
  • Metro: linea B, fermata Garbatella

Quello che porto via dalla Centrale Montemartini

Sono entrato pensando di vedere la storia della moda italiana.

Sono uscito pensando alla storia della fotografia.

O, più precisamente, a come la fotografia abbia contribuito a costruire la nostra stessa idea di moda.

Quelle immagini raccontano un’epoca nella quale Valentino, Cinecittà, via Veneto, i grandi attori e le sartorie romane stavano diventando mito.

Ma lo fanno senza necessariamente trasformare ogni persona in una statua e ogni immagine in un manifesto pubblicitario.

I personaggi possono ancora sembrare persone.

Gli abiti possono essere importanti senza essere coperti di marchi.

Una fotografia può non essere impeccabile nella nitidezza ed essere perfettamente riuscita nel racconto.

Ed è probabilmente questa la lezione fotografica che mi porto via da Moda in Luce.

Nella mostra di Robert Mapplethorpe a Roma ero uscito dall’Ara Pacis cercando soluzioni da capire: luce, composizione, costruzione del corpo.

Dalla Centrale Montemartini porto via un’altra domanda.

Non soltanto come fotografiamo qualcuno, ma quale distanza decidiamo di costruire fra quella persona e chi guarderà la fotografia.

È una scelta fotografica.

Ma è anche una scelta culturale.

E guardando queste immagini degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta viene inevitabilmente voglia di chiedersi se, nella fotografia contemporanea, quella distanza non sia diventata qualche volta troppo grande.

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About Author

Gian Luca Pallai

Fotografo professionista e giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti (n. 183594), con studio a Roma in Via Michelangelo Poggioli 3. Direttore responsabile di Fotonarrando. Si occupa di ritratto professionale, fotografia corporate e di eventi, reportage ed editoria.

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