sabato, Aprile 13 2024

In questi ultimi anni abbiamo assistito a un moltiplicarsi degli studi su quella che Mircae Dutu definisce una “vicinanza dell’anima” tra Italia e Romania.

Una vicinanza dovuta non tanto alle vicende che recentemente hanno indirizzato una quota consistente dell’emigrazione romena in Italia, rendendo di fatto il gruppo romeno la comunità straniera più numerosa nel nostro Paese (quasi il 23% dell’intera popolazione straniera residente in Italia), quanto piuttosto alle comuni origini neolatine che hanno dato, sin dall’antichità, a queste due popolazioni, solide radici filosofiche, giuridiche e culturali comuni. Naturalmente, lungo il dispiegarsi della storia, questi due popoli hanno seguito destini molto diversi, ma questa comune origine sembra, in particolare da parte romena, essere rimasta viva e oggetto, anche recentemente, di ulteriori studi e approfondimenti[1].

Un ulteriore elemento di similitudine, riferito a tempi attuali, si potrebbe forse aggiungere a quelli che nel passato hanno accomunato questi due Paesi.

L’Italia è con Romania, Polonia, Portogallo e Bulgaria tra i primi cinque Paesi dell’UE per numero di emigranti e questo elemento, la comune propensione all’emigrazione, non è solo di oggi. Confrontando le serie storiche dello scorso secolo dei dati relativi all’emigrazione nei due Paesi, si possono certamente individuare delle analogie. Senza potere né volere piegare o forzare la storia con parallelismi azzardati, possiamo dire che sia l’Italia che la Romania hanno vissuto, l’una già in tempi lontani, l’altra più recentemente, un significativo fenomeno di emigrazione, entrambe al termine di regimi totalitari che avevano particolarmente segnato la vita sociale ed economica dei rispettivi Paesi. Per l’Italia ci riferiamo al secondo dopoguerra, quando vent’anni di regime fascista avevano condotto il Paese alla guerra e a una dolorosa sconfitta militare e morale oltre che a una pesantissima crisi economica e sociale. Per la Romania ci riferiamo alla caduta del regime comunista nel dicembre del 1989. In entrambi i casi, per quanto distanti nel tempo e in contesti storici e scenari internazionali molto differenti, abbiamo assistito a un analogo, imponente, fenomeno migratorio.

Riguardo all’emigrazione italiana dal dopoguerra ai nostri giorni ed in particolare sulla sua consistenza e sulle sue cause e conseguenze non riteniamo sia necessario soffermarsi, esistendo al riguardo una sterminata letteratura[2].  Citiamo solo qualche dato per inquadrare il tema: nel quinquennio 1946-1950 sono espatriati mediamente ogni anno oltre 225 mila italiani, nel decennio successivo (1951-1960) quasi 300 mila all’anno. Nei decenni successivi, complici le mutate condizioni economiche e sociali del Paese, l’emigrazione è sensibilmente calata per poi riaumentare in maniera significativa nella seconda decade del nuovo secolo (120 mila gli italiani andati all’estero nel 2018).

Per quanto riguarda la Romania, a partire dalla caduta del regime di Ceaușescu, nel dicembre del 1989, l’emigrazione ha avuto un andamento discontinuo. Nel 1990 lasciarono il Paese poco meno di 24 mila rumeni, inizialmente soprattutto le minoranze tedesche, ungheresi e rom, e così, con alti e bassi, fino all’ammissione della Romania nell’Unione Europea nel 2007. Nel 2008 iniziò infatti il grande esodo verso i Paesi dell’Europa occidentale (oltre 300 mila nel solo 2008) portando la Romania a perdere, dalla caduta del regime comunista, circa 3 milioni di cittadini, il 15% di una popolazione che oggi non raggiunge i 20 milioni di abitanti e che viene stimato sarà di poco più di 16 milioni nel 2050.

Tale fenomeno, che Ivan Krastev ha amaramente descritto, affermando che “La rivoluzione democratica del 1989 si è trasformata in una controrivoluzione demografica”[3], ha aperto, negli anni, una serie di questioni a nostro avviso molto importanti per la vita presente e futura della Romania. L’emigrazione di massa, se da un lato ha contribuito ad alleggerire il problema della disoccupazione nel Paese e garantisce l’afflusso continuo di Euro all’economia nazionale attraverso le rimesse (nel solo 2017 sono stati inviati dall’Italia quasi 4 miliardi di Euro, pari al 2,2% del PIL della Romania), dall’altro ha assunto proporzioni talmente significative da generare inevitabilmente importanti conseguenze nelle dimensioni sociale e politica del Paese. Pensiamo, ad esempio, alla questione della diaspora, di quei romeni, cioè, che, data la loro recente emigrazione, hanno ancora strettissimi legami con la madre patria e, osservandola da altri Paesi occidentali, ne vedono tutta la sofferenza e la crisi che ne segna profondamente la vita civile ed economica. L’imponente manifestazione tenutasi a Bucarest il 10 agosto del 2018, organizzata proprio dai romeni tornati in patria per il periodo estivo e radunatisi davanti al palazzo del Governo per manifestare contro la corruzione e la mala gestione della cosa pubblica, ha reso esplicito ciò che molti romeni in patria pensano ma che difficilmente dicono.

[1] Cfr. Augusto Sinagra, Florin Tudor (a cura di) Romania e Italia, la cultura della memoria condivisa degli ultimi cento anni. Memoria e identità nel dialogo romeno-italiano: spazi simbolici, aspetti giuridici, storici e filosofici. Aracne Editrice, Roma 2018.

[2] Tra gli altri segnaliamo solo: Benedetto Coccia, Franco Pittau (a cura di), Le migrazioni qualificate in Italia. Ricerche, statistiche, prospettive. Istituto di Studi Politici S. Pio V e Idos, Roma 2016; Benedetto Coccia, Antonio Ricci (a cura di), L’Europa dei talenti. Migrazioni qualificate dentro e fuori l’Unione Europea. Istituto di Studi Politici S. Pio V e Idos, Roma 2019.

[3] Ivan Krastev, After Europe, University of Pennsylvania Press, Philadelphia, 2017.

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